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GOOD BOY (Jan Komasa)
La costruzione di un bravo ragazzo

Tommy ha diciannove anni, passa le sue giornate tra risse, consumo smodato di droghe e atti vandalici, trascinando anche i suoi amici in una spirale di violenza fuori controllo. Una notte, dopo essersi separato dalla banda, anziché rientrare in casa propria si risveglia incatenato nel seminterrato di una villetta isolata nella campagna inglese, dove vive una famiglia benestante e apparentemente normale: Chris, il padre, solerte e premuroso, Kathryn, la moglie, spettrale e disturbata, il loro figlioletto, Jonathan, desideroso di crescere ma silenzioso testimone di tutto ciò che accade. Tommy diventa l’oggetto di una riabilitazione forzata: i suoi rapitori vogliono infatti trasformarlo in un bravo ragazzo, rieducandolo ai sani princìpi e al rispetto reciproco…

Ci sono evidenti matrici ispirative, nel nuovo lungometraggio di Jan Komasa, già autore nel 2019 del vibrante Corpus Christi: la dimensione familiare claustrofobica e psicologicamente opprimente di Dogtooth di Yorgos Lanthimos, la crudele, destabilizzante perversione esercitata in Funny games di Michael Haneke, la ‘rieducazione’ dopo l’overdose da iperviolenza e l’inversione dei ruoli, da carnefice a vittima, di Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Nonostante questi innegabili modelli di riferimento, Good boy, però, non viene prosciugato dalle stesse sorgenti a cui attinge, grazie ad una coerenza stilistico-narrativa che ben riassume il senso profondo delle vicende e la sirena d’allarme che fa risuonare, non originale, come detto, ma rivolta sia ad una generazione priva dei più basilari codici etici e totalmente sguarnita di presupposti morali, sia a quella anagraficamente precedente, altrettanto disancorata dai veri valori dello stare al mondo e pericolosamente insensibile ai richiami della realtà, per quanto dolorosi.

La convergenza tra forma e contenuto, in effetti, è la sintesi attraverso cui Good boy riesce a disincagliarsi dall’etichetta di prodotto puramente derivativo. Immerso in una liquida ambiguità, sorretto da un pregevole rigore stilistico e da una palpitante tensione interna, l’opera del regista polacco amplifica stridenti dicotomie (tra libertà individuale e responsabilità sociale, tra nichilismo autoreferenziale ed emancipazione civile), contraddizioni ricercate ed esasperate che il film tenta di ricomporre esplorando i temi del controllo, del possesso e della presunta legittimità di una prevaricazione finalizzata alla ‘sterilizzazione’ del mondo circostante, suscitando domande di senso penetranti e inderogabili, per l’appunto, sull’accettabilità della manipolazione a fin di bene e sui processi di trasformazione in chiave pedagogica.

Già in Corpus Christi Komasa aveva riflettuto, in forme cinematografiche, sul dualismo interscambiabile tra realtà e finzione, sul cortocircuito incandescente generato dall’assunzione di un’altra identità. Se in quel film la scelta di calarsi in fittizie vesti (sacerdotali) era però libera e fortuita, qui, invece, il diventare un ‘bravo ragazzo dalle buone maniere, per il ribelle Tommy, è una decisione del tutto obbligata e coercitiva. In questo senso, rispetto a Corpus Christi Good boy si configura come un’ulteriore radicalizzazione dei presupposti e delle finalità tematiche che governano lo scandaglio sociologico, restringendo perlopiù il campo d’azione alla (presunta) dimensione familiare anziché ricorrere al campo largo del ‘popolo di Dio’. A contribuire al ragguardevole risultato finale concorre anche l’interpretazione di tutto il cast, intonato e coeso. Con Anson Boon (premiato come miglior attore alla Festa del cinema di Roma dello scorso anno), nei panni di Tommy, a scatenare sullo spettatore un caotico, magnetico vortice di furia, fragilità e tenerezza.

Regia: Jan Komasa

Interpreti: Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon, Callum Booth-Ford

Nazionalità: Polonia, Gran Bretagna, 2025

Durata 110’

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.

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