Nel febbraio 1949, Thomas Mann e sua figlia Erika intraprendono un viaggio in Germania dagli Stati Uniti dove ormai risiedono. L’occasione è un premio per lo scrittore intitolato a Goethe nella celebrazione del bicentenario dalla nascita. Mann lo riceve a Francoforte, allora Germania Ovest sotto gestione americana, ma vuole anche recarsi a Weimar, allora posta nella zona Est posta sotto controllo sovietico, dove il sommo poeta tedesco visse e morì. Il viaggio diventa occasione di comprensione, da parte di padre e figlia, che nulla di quanto esisteva prima della Guerra ora è sopravvissuto, inclusa la loro Heimat.
Essenziale, prezioso, altissimo. Nel film che Pawel Pawlikoski ha co-sceneggiato col tedesco Henk Handlögten (autore della nota serie Babylon Berlin) la regia obbedisce solo a una parola: il rigore. In tal modo questo suo esemplare settimo lungometraggio di finzione può rispondere all’intensità, all’astrazione e al simbolismo necessari a raccontare il doloroso viaggio che ri-portò nel 1949 Thomas Mann e sua figlia Erika nella nativa Germania. Girato in un bianco e nero di definitiva bellezza – dietro vi è l’autore della fotografia Lukasz Zal, che già per Pawlikowski illuminò Cold War (2018) ma che ricordiamo anche per La zona di interesse di Glazer – il film è una sinfonia sulla morte, sullo sconfinamento, e sull’inevitabile devastazione umana creata dalla guerra. Quella che infatti trova Mann (Hanns Zischler, attore “wendersiano”), ormai cittadino statunitense, è una Germania in rovina, devastata e ovviamente divisa fra americani e sovietici, un territorio che ha perso “faustianamente” la propria identità e che la ricerca attraverso il suo massimo scrittore del tempo. Ma è lui stesso a non capire, a non “sentire” più la sua identità tedesca, benché ne esalti il modello per il mondo. E’ sua figlia – interpretata dalla sempre perfetta Sandra Hüller – a scuotere il padre, tentando di farlo aderire alla realtà. Concepito nella densità di meno di un’ora e mezza, Fatherland si propone quale riflessione metaforica, storica, politica e straziante sul dolore dello straniamento, ove l’utopia non trova più la sua Heimat – concetto che unisce lo spirito, le radici e l’identità di un popolo – e a regnare è solo il senso di sospensione in attesa della morte. Non a caso è il lutto da elaborare, sia personale che storico, a costituire il nucleo tematico di un’opera complessa di estrema rilevanza (e attualità..), tanto sul piano dei contenuti quanto su quello della perfezione formale.
Regia: Pawel Pawlikowski
Cast: Sandra Hüller, Hanns Zischler, August Diehl
Durata: 82′
Polonia, Germania, Italia, Francia, 2026
