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GRAN TORINO
Una paternità imperfetta quanto feconda

Questa scheda di approfondimento è tra quelle proposte in Passio Contemporanea, iniziativa ACEC che propone quattro film capaci di mettere a tema la Passione attraverso il linguaggio cinematografico: “La Ricotta” (Pier Paolo Pasolini, 1963), “Gran Torino” (Clint Easwood, 2008), “I Colori della Passione” (Lech Majewski, 2011), “Su Re” (Giovanni Columbu, 2012) .

TRAMA
Walt Kowalski è un polacco americano, reduce della Guerra in Corea e per cinquant’anni in Ford.  È l’unico americano in un quartiere povero di Detroit, dove vivono solo famiglie Hmong: una tribù etnica sparpagliata tra le colline del Laos, Vietnam, Thailandia e Cina che dopo aver combattuto a fianco degli americani in Vietnam fu trasferita dai luterani in America. Per Kowalski questi vicini asiatici sono uno schiaffo morale: “musi gialli”, “topi di palude”, “barbari” che occupano le case degli americani. Lui ringhia, respinge le relazioni e “sistema le faccende” abbracciando il suo fucile. Dopo la morte della moglie Dorothy, nella vita di Walt entrano senza preavviso i fratelli Thao e Sue, “musi gialli” ai quali donerà tutto se stesso.

UN “MAR ROSSO” DI POCHI ISOLATI
«Quello che resta del padre nel tempo del tramonto della sua funzione simbolica è la possibilità di una testimonianza incarnata di cosa significhi vivere eticamente il proprio desiderio come un dovere». Lo psicanalista Massimo Recalcati esemplifica questa sua definizione in Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna (Raffaello Cortina, 2011) con l’analisi del modello relazionale proposto dal regista Clint Eastwood in Million dollar baby e in Gran Torino. Se la genealogia s’inceppa in fratture incolmabili, Eastwood opta quindi per inserire inedite possibilità di paternità che compensano i legami di sangue prosciugati dall’egoismo contemporaneo. Succede in Gran Torino dove figli, nuore e nipoti si sentono precettati solo ai funerali con desideri arrivisti mascherati da finte ansie di preoccupazione.
Eppure uomini burberi ed imperfetti come Walt Kowalski non cessano di trasmettere, di destinare un’eredità del loro esistere, del loro essere uomini a favore di un’altra generazione. A goderne i benefici sono il giovane coreano Thao, la sorella e tutta una periferia che riceve in dono una nuova “primavera” dopo un inverno di armi, delinquenza, illeciti e soprusi. Nella loro probabilità di farcela, per Recalcati, Thao e Maggie (la protagonista di Million Dollar Baby) rappresentano le cosiddette “cause perse”. Ebbene, lì, per Clint c’è il senso e la speranza della paternità di chi sa intravedere e credere una possibilità, oltre ogni convenienza, economia e gratificazione, di essere esempio: né buono né cattivo, quanto piuttosto vera essenza di una presenza generativa nel tempo contemporaneo dell’assenza. Come Mosé Walt porta il suo popolo oltre il mar Rosso: un esodo contemporaneo di pochi isolati ma non meno insidioso.

LA GRAZIA PIENA
È un dialogo intenso e frequente quello che Eastwood intrattiene sul tema della fede. È l’unico che riesce nei suoi film a stendere a terra un prete dopo l’altro per poi tendergli la mano per rialzarlo più forte e vero. In Million dollar baby era Frankie a non lasciare in pace il prete.
Ogni giorno al termine della messa lo tempestava di domande su aspetti dogmatici. Per padre Horvak una frequentazione così assidua ai sacramenti mascherava una colpa con cui prima o poi Frankie avrebbe dovuto fare i conti. In Gran Torino dialoghi serrati su vita e morte, colpa e perdono viaggiano come proiettili impazziti, anche se qui è padre Janovich a marcare stretto Walt. Negli ultimi mesi di vita il giovane prete ha promesso alla signora Kowalski un occhio di riguardo per il marito e di convincerlo a confessarsi. A sentire Walt, p. Janovich è solo un 27enne vergine beneducato appena uscito dal seminario, a cui piace tenere la mano a vecchiette promettendogli l’eternità. Il giovane incassa i colpi, va al tappeto, si aggrappa al ring e si rialza. Accetta di chiamarlo sig. Kowalski, perché così richiede un uomo d’onore. Si conquista la sua fiducia non per il ruolo di prete, ma da uomo di Dio, che lascia scoperta la chiesa per incontrare i fedeli nelle strade. Va a casa sua e di fronte a questa tempra verbalmente violenta abbandona le conoscenze da manuale. Vive l’inadeguatezza perché il contesto supera la sua tonaca. Le domande non sono più per giudicare, ma per stare sotto la croce di chi gli sta davanti. Anche il dinamismo interiore di Walt nasce dall’incontro con l’altro, che rende migliore anche chi ormai ha una pelle buona per crepare.
È tornato ad amare, a prendersi cura di qualcuno, a difendere il debole e a dismettere anche più di qualche difetto. I suoi piedi arrivano alla chiesa. Lascia in custodia al prete i peccati di una vita: l’infedeltà alla moglie di un solo bacio, la durezza con i figli e le tasse una sola volta non pagate. Nessuno morale della favola ma tanta moralità prima di offrirsi irrimediabilmente per salvare il (suo) mondo, per dar loro una speranza, la “grazia piena” di Maria che invoca nell’ultima ora. Nell’ultimo gesto.

GRAN TORINO
Regia di Clint Eastwood
con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Cory Hardrict, Geraldine Hughes
USA, 2008
Durata 116’

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Sull'autore

Arianna Prevedello

Arianna Prevedello

Responsabile Comunicazione ACEC