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SHEEP IN THE BOX (Kore-eda Hirokazu)
La famiglia nel bosco

Dopo la morte del figlio Kakeru, Otone e Kensuke affrontano un lutto che sembra dividerli sempre più. Quando una società propone loro un umanoide creato con i ricordi digitali del bambino, la madre decide di accoglierlo, mentre il padre è scettico. Ma il robot, imparando il linguaggio umano tra modellini e invenzioni, sviluppa una propria coscienza e decide così di unirsi ad altri umanoidi per costruire un nuovo luogo dove ricominciare una nuova esistenza.

L’infanzia, la famiglia, il lutto, la memoria: da sempre il cinema di Hirokazu Kore-eda si muove entro tali direttrici, interrogandosi sulla fragilità dei legami umani e sulla possibilità di ricostruirli dopo una perdita. Dai bambini abbandonati di Nobody Knows fino alla famiglia improvvisata di Shoplifters, passando per il dolore sommesso e irrisolto di Maborosi, After Life e Monster, il regista giapponese ha sempre raccontato individui sospesi tra assenza e desiderio di riconciliazione. Con Sheep in the Box Kore-eda torna su questi temi, spostando però il proprio sguardo verso un futuro prossimo dominato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale.

Ambientato in una società in cui sofisticati androidi vengono utilizzati per sostituire persone scomparse, il film segue Otone e Kensuke, una coppia devastata dalla sparizione del figlio Kakeru, rapito due anni prima. A proporre loro una possibilità tanto inquietante quanto seducente è la “Rebirth”, azienda specializzata nella creazione di umanoidi costruiti a partire dai dati digitali lasciati dai defunti: fotografie, video, registrazioni vocali, abitudini quotidiane. Se il padre guarda con cinismo e ostilità a questa prospettiva, la madre decide invece di accogliere il simulacro del bambino, sperando forse di poter colmare almeno in parte il vuoto lasciato dalla perdita.

È qui che Sheep in the Box rivela immediatamente la propria duplice natura. Da una parte il film conserva la delicatezza emotiva tipica del cinema di Kore-eda: il dolore domestico, i silenzi, gli spazi vuoti della casa, gli oggetti quotidiani che diventano depositi di memoria. Dall’altra introduce un elemento apertamente fantascientifico che rimanda tanto alla malinconia artificiale dell’Artificial Intelligence di Kubrick/Spielberg quanto alle suggestioni corporee del primo David Cronenberg. L’idea dell’umanoide come replica imperfetta dell’essere umano gli permette infatti di interrogarsi su cosa distingua davvero il ricordo dalla presenza, la simulazione dall’identità.

Kore-eda evita però qualsiasi deriva spettacolare o distopica. La fantascienza, nel suo cinema (come già accadeva in Air Doll), resta soprattutto uno strumento per approfondire questioni profondamente umane. Il robot-Kakeru non diventa mai una minaccia nel senso tradizionale del termine; al contrario, è una creatura fragile, spaesata, che apprende il mondo osservando gli esseri umani e tentando di comprenderne le emozioni. In questo senso il film intende ribaltare il paradigma classico dell’androide cinematografico: non è la macchina a diventare pericolosa, ma l’essere umano a rivelarsi incapace di accettare i limiti della memoria e del lutto.

La parte più interessante dell’opera emerge proprio quando l’umanoide, insieme ad altri “figli sostitutivi” rifiutati dalle rispettive famiglie, tenta di costruire una nuova forma di esistenza autonoma. La grande casa sull’albero alimentata da energia idroelettrica immaginata dal robot assume così i contorni di una piccola utopia malinconica: uno spazio in cui esseri artificiali scartati dagli uomini cercano di reinventare il concetto stesso di comunità. Ed è anche in questi momenti che Sheep in the Box trova le sue immagini più poetiche e originali.

Eppure, proprio l’esplorazione di un territorio per lui relativamente inedito sembra sottrarre a Kore-eda parte della profondità e della compattezza emotiva che caratterizzavano le sue opere migliori. La riflessione filosofica sull’intelligenza artificiale e sulla memoria digitale resta più suggerita che realmente sviluppata, mentre alcuni passaggi narrativi appaiono meno incisivi rispetto alla consueta precisione del regista nipponico. Si avverte quasi la sensazione di un autore in fase di transizione, desideroso di confrontarsi con nuove forme e nuovi immaginari senza averli ancora pienamente assimilati al proprio linguaggio.

Ciò nonostante Sheep in the Box conserva intatta la capacità del cinema di Kore-eda di arrivare simultaneamente al cuore e alla mente dello spettatore. Un film imperfetto e struggente, che usa la fantascienza non per immaginare il futuro, ma per continuare a interrogare il presente: il bisogno disperato di trattenere chi abbiamo perduto e l’impossibilità, tutta umana, di accettare davvero l’assenza.

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Sull'autore

Francesco Crispino

Francesco Crispino è docente di cinema, film-maker e scrittore. Tra le sue opere i documentari Linee d'ombra (2007) e Quadri espansi (2013), il saggio Alle origini di Gomorra (2010) e il romanzo La peggio gioventù (2016).

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