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HAPPY LAMENTO (Alexander Kluge)

Happy Lamento porta la firma del regista e intellettuale Alexander Kluge, uno dei principali esponenti del Nuovo cinema tedesco. Nel lontano 1968 Kluge si aggiudicò il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia con Artisti sotto la tenda del circo: perplessi. Cinquant’anni dopo torna al Lido all’interno della rassegna Giornate degli Autori con un’opera sperimentale, difficile e oscura, realizzata in collaborazione con il regista filippino Khavn de la Cruz.

Happy Lamento non può essere raccontato: privo di una narrazione lineare, si impone come esperienza estetico-politica elitaria, che rifiuta il compromesso di una fruizione da parte del grande pubblico. Attingendo alla videoarte, l’opera si compone di una sequenza di immagini sconnesse e scomposte, dal carattere estremamente provocatorio. Disturbano le scene di violenza e degrado ambientate a Manila, nelle Filippine, in cui protagonisti – o meglio vittime – sono spesso donne e bambini. Si succedono poi riprese di animali al circo (tratte anche dall’opera di Kluge già citata) accostate all’arrivo del presidente USA Trump al summit del G-20 di Amburgo nel 2017; e ancora, un furto al supermercato per mano di ragazzini armati, un’intervista ad un astronauta, una sorta di breve documentario sulla pulizia degli elefanti nelle prime ore del giorno. Il tutto accompagnato da didascalie e citazioni.

Un film d’autore che potremmo (forse) definire satirico, che vuole di certo scioccare e destabilizzare, ma viene da chiedersi a quale scopo. Mancano i dialoghi e si impone per l’intera durata del film una musica straniante: ad aprire e chiudere il film sono le note di Blue Moon di Elvis Presley, scelta perché – spiega lo stesso Kluge – “richiama una fase della luna che potrebbe non esistere più ai giorni nostri”. Potremmo dedurre che questo montaggio allegorico sia finalizzato a rivelare in modo dialettico la consapevolezza dell’autodistruzione dell’uomo?

 

Happy Lamento
di Alexander Kluge
Germania, 2018, 93′

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Marta Meneguzzo