Past Lives

​I “Past lives” di Venezia 80°, ormai un bel po’ di mesi fa, arrivarono nella fase calante della Mostra, quando già si iniziava a chiudere la valigia con vestiti strapazzati di emozioni e a tirare le conclusioni. E invece Memory di Michel Franco e Hors-saison di Stéphane Brizé, entrambi molto composti nelle loro scelte estetiche, in poche ore ci fecero precipitare senza anestesia locale nella chirurgia dei sentimenti. In attesa che I Wonder Pictures fissi la data di uscita anche di Hors-saison, l’opera del regista e sceneggiatore francese successiva alla trilogia La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, per intanto grazie ad Academy Two siamo entrati in confidenza con il presente dei due protagonisti scritti e diretti dal messicano di Sundown e Nuevo Order.

Stare con Sylvia e Saul, due adulti che si conoscono ad un reunion di vecchi compagni di scuola, significa obbligarsi all’oggi, fare i conti con quello che si può fare nell’immediato caricandolo però di una dignità imperitura eppure in assoluta mancanza del divenire. Bisogna accontentarsi e capire perché ci può bastare, una decrescita progettuale dettata dalla condizione di entrambi i personaggi: Saul – Peter Sarsgaard è affetto da una patologia neurodegenerativa che lo instrada progressivamente verso la demenza e Sylvia – Jessica Chastain è un’assistente sociale che nell’infanzia è stata abusata e che lotta contro l’ombra dell’alcolismo.

Le vite dei due adulti si toccano a partire proprio dal “caos” di cui sono parte. Se lei ha troppa memoria, lui invece ne ha troppo poca e insieme, come hanno fatto notare alcuni critici, mettono tanta carne al fuoco come d’altronde succede anche fuori dallo schermo, per chi vuol tenerne conto. Sylvia sta mettendo ordine nel suo passato, gli sta offrendo una casa in cui dimorare, per aprirsi ad un futuro più sereno; Saul lo sta dismettendo, ogni giorno il suo bagaglio è sempre più leggero, verso una vita che non prevede un futuro di coscienza.

In questo legame sfasato Sylvia consegna una memoria traumatica, segnata dalla rimozione e non ancora riconosciuta e riconciliata con la famiglia d’origine e Saul, peraltro vedovo, affida il suo fare i conti con l’esperienza della diagnosi e il trattamento schematico di quest’ultima che ne fa il fratello pienamente a suo agio, quasi despota, nel ruolo di tutore. Chi decide se i due protagonisti sono, già e ancora, degni di amare? Come possiamo amarci in questa situazione “compromessa”?  Nel presente, è lì la stanza dell’amore, dell’abbastanza. Amarsi è possibile solo nel presente, in quella geografia temporale dove immanenza e trascendenza non sono più così contrapposte. Seriamente la vicenda al centro di Memory è così lontana dalle altre esperienze amorose? Più di ogni altra cosa vivere in comunione con una diagnosi, non contro, consente ad una coppia incerta, così è vista dall’esterno, di nutrirsi della consistenza del tempo, una risorsa pregnante più spesso assente nelle vicende affettive.

«Grandi e piccole diagnosi – scrive lo psichiatra e psicanalista Vittorio Lingiardi in “Diagnosi e destino”, Einaudi 2018 – accompagnano la nostra vita e ne diventano compagne temporanee, durature intermittenti. Parlano di noi, del colorito della nostra pelle, del vigore dei nostri capelli, dei vincoli della nostra sessualità, della padronanza dei nostri movimenti, della frequenza delle nostre minzioni, della sicurezza del nostro passo, del ritmo del nostro cuore, dell’acutezza della nostra visione, del tono del nostro umore. 

Una diagnosi è sempre un’occasione di conoscenza di sé, del tempo che passa, della vita che cambia, in peggio o in meglio. […] Ci sono diagnosi che salvano la vita e diagnosi che la condannano a morte; diagnosi mancate e diagnosi sbagliate; diagnosi genetiche che vedono oggi la malattia di domani: la vogliamo conoscere?». Ecco, anche Saul e Sylvia sono in questo paesaggio e accolgono la possibilità la possibilità di conoscersi meglio. Nell’amarsi, come via di conoscenza, non solo non aggiungono altre preoccupazioni, ma soprattutto pongono gli altri nella condizione di farsene una ragione.

Memory Locandina

Saul e Sylvia, letti infatti alla luce dell’essenzialità evangelica, non sarebbero stati tacciati di poca fede perché hanno saputo vedere quel di più di cui si parla in Matteo 6,30: «Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?». Una coppia su cui continuare a riflettere…

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Sull'autore

Arianna Prevedello

Scrittrice e consulente, opera come animatore culturale per Sale della Comunità circoli e associazioni in ambito educativo e pastorale. Esperta di comunicazione e formazione, ha lavorato per molti anni ai progetti di pastorale della comunicazione della diocesi di Padova e come programmista al Servizio Assistenza Sale. È stata vicepresidente Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) di cui è attualmente responsabile per l’area pastorale.