Una madre sola affronta una quotidianità che la consuma, tra responsabilità, isolamento e una figlia che è presenza invisibile, voce che chiama senza essere davvero vista. La bambina rimane fuori campo finché lo sguardo della donna, attraversato dalla stanchezza e dal limite, non riesce finalmente a riconoscerla.
Secondo lungometraggio della statunitense Mary Bronstein, che arriva a ben diciassette anni dal titolo d’esordio (Yeast, 2008), Se potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You) è un’opera rigorosa e radicale, interamente centrata sull’esperienza soggettiva della protagonista. Più che raccontare una storia in senso tradizionale, il film mette in scena uno stato dell’essere: la progressiva saturazione emotiva di una madre sola, schiacciata dal peso della responsabilità e da una solitudine che assume consistenza quasi fisica. La regia di Bronstein sceglie infatti non tanto di descrivere una crisi quanto di farla abitare allo spettatore.
La scelta formale più significativa — e più densa di implicazioni — è quella di non mostrare la bambina per quasi tutto il film. La figlia è voce fuori campo, rumore, richiesta insistente; presenza evocata e insieme assenza che struttura l’inquadratura. Questa sottrazione non è però un espediente, ma un gesto espressivo preciso: finché la protagonista non riesce a “vedere” davvero l’Altro da sé, l’immagine nega allo spettatore ciò che anche lei non sa riconoscere. Solo quando la donna attraversa fino in fondo la propria stanchezza e ne prende coscienza, la bambina appare. È un momento semplice e potentissimo, in cui la visione coincide con il riconoscimento. Se potessi ti prenderei a calci è dunque la storia di un logoramento che si fa rivelazione: la possibilità di vedere l’Altro solo quando si accetta la propria fragilità.
In questa dinamica il film assume una profondità quasi teologica, poiché non parla di trascendenza ma di incarnazione. L’altro esiste pienamente solo quando viene riconosciuto, e la maternità non è idealizzata né demonizzata, ma attraversata come luogo di ambivalenza, dove dono e limite coincidono. Bronstein lavora su spazi compressi, ambienti domestici che diventano camere di risonanza dell’ansia che pervade la protagonista. L’inquadratura insiste sul volto, sui dettagli, su un corpo che tradisce la fatica prima ancora delle parole. La forma si fa così contenuto, laddove il logorio quotidiano diventa grammatica audiovisiva.
In questo impianto l’interpretazione di Rose Byrne è decisiva. L’attrice sostiene quasi integralmente l’architettura del film, modulando con straordinaria precisione la tensione tra controllo e cedimento. La sua performance è fatta di scarti minimi: uno sguardo che si spegne, un sorriso trattenuto, la rabbia che affiora e subito si ritrae. Non vi è alcun compiacimento nel dolore, ma un’esposizione vulnerabile, mai esibita. Byrne restituisce un personaggio attraversato da contraddizioni senza semplificarlo, mantenendone intatta la dignità.
Se in alcuni passaggi la reiterazione dei meccanismi di accumulo rischia di appiattire la progressione drammatica, tale scelta appare comunque coerente con il progetto espressivo: la crisi non è evento spettacolare, ma erosione lenta. Se potessi ti prenderei a calci non offre soluzioni né consolazioni; propone piuttosto un attraversamento. Chiede di sostare nel disagio, di riconoscere la fatica come luogo possibile di verità.
Ne emerge un’opera intensa e consapevole, capace di trasformare un’esperienza intima in interrogativo universale. Attraverso scelte formali nette — prima fra tutte quella dell’invisibilità della figlia — Bronstein costruisce un film sullo sguardo e sul riconoscimento: vedere l’Altro, lasciarlo apparire, accettare che la relazione passi attraverso il limite. Un gesto insieme fragile e radicale nel quale il film trova la propria forza e la propria necessità.
Titolo originale: If I Had Legs I’d Kick You
Regia: Mary Bronstein
Con: Rose Byrne
Stati Uniti, 2025
Durata: 98’
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