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LACCI
La trappola dell'amore

lacci

Grigio, tutto grigio: i mobili, i libri, le pareti, gli oggetti, una casa intera, come immersa in una desolante nebbia su cui si staglia, sullo scaffale in alto, un cubo blu. Già a partire dalla scenografia, lo spettacolo “Lacci”, tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, ci conduce in un luogo mono-tono, dove gli oggetti si diluiscono con lo sfondo, metafora della vita borghese e senza colore di Aldo (nella bella interpretazione di Silvio Orlando) e sua moglie Vanda (un’ottima Vanessa Scalera). Lo spettacolo però non inizia subito in questo ambiente domestico, a fare da prologo alla scena centrale è un lungo monologo di Vanda in cui scopriamo che tanti anni prima Aldo abbandonò il tetto coniugale per amore della giovane Lidia: lasciò lei, la moglie sposata giovanissima, e due figli, Sandro e Anna, per inseguire la leggerezza, la felicità. Una fuga dal ruolo di marito e di padre, una fuga lunga quattro anni che poi, senza un motivo apparente o forse solo per il più semplice dei motivi, il senso di colpa, si conclude, ricomponendo, solo in apparenza, il nucleo famigliare. Ma il dolore inflitto alla moglie e ai figli, e il rimpianto per aver abbandonato l’amore vero, avvelenerà la vita di tutti, fino a trasformarla in un inferno di recriminazioni, di sospetto, di tradimento, un inferno calmo, ordinato e grigio, appunto.

La regia di Armando Pugliese è impalpabile, tutta a servizio degli attori e della storia, ed è certamente un pregio per un testo molto ben costruito che svela a poco a poco le sue carte fino a un piccolo colpo di scena nel finale. Lo spettacolo si struttura in cinque scene, in ognuna la storia dell’abbandono di Aldo viene raccontata da un punto di vista diverso, ma in tutte emerge l’insanabile dicotomia tra l’amore per la giovane amante e il dolore che questo amore genera nella moglie e nei figli. “Lacci” è uno spettacolo sull’amore, o meglio, sui disastri generati dall’assenza di amore. Starnone sembra chiedere al pubblico: è meglio seguire i sentimenti o rimanere ancorato alle responsabilità? E ancora: una volta infranto l’equilibrio famigliare, è possibile ricomporlo? Una famiglia è solo l’assemblaggio di individui legati dalla genetica o in assenza di amore viene a mancare il concetto stesso di famiglia? Non sono domande nuove, né domande a cui è semplice dare una risposta. Lo spettatore si trova a parteggiare una volta per il marito, una volta per la moglie, una volta per entrambi, e alla fine per nessuno. Dopo gli applausi alla compagnia, uscendo dalla sala gli interrogativi ancora aleggiano in testa, il che a teatro è certamente un bene.

Al Teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 12 febbraio, poi in tournée

LACCI

Dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone

con Silvio Orlando

e con Roberto Nobile, Sergio Romano, Maria Laura Rondanini, Vanessa Scalera e Giacomo de Cataldo

regia Armando Pugliese

scene Roberto Crea

costumi Silvia Polidori

musiche Stefano Mainetti

luci Gaetano La Mela

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Sull'autore

Marina Saraceno

Marina Saraceno

Diplomata all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico" e laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sul teatro tradizionale cinese. In teatro ha lavorato con Luca Ronconi, Mario Scaccia, Jacques Decuvellerie. Ha lavorato per la comunicazione e la promozione culturale, tra gli altri, con il Teatro Nazionale di Roma, L'Associazione Italiana Editori, l'Ente Teatrale Italiano, Rai Trade, l'Unione des Theatres d'Europe, il Teatro Stabile del Veneto, il Progetto Domani per le Olimpiadi di Torino e la Fondazione Comunicazione e Cultura della CEI. Come giornalista ha collaborato con l'agenzia com.unica, il bimestrale Sale della Comunità, il settimanale pagina99