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LAGGIÙ QUALCUNO MI AMA (Mario Martone)
Ricordando Massimo Troisi, l'artista e l'uomo

Il ricordo-omaggio sensibile e ricchissimo da parte di Mario Martone al collega e conterraneo compianto che il 19 febbraio avrebbe compiuto 70 anni. Un viaggio nella sua vita, arte e poesia, dentro e oltre Napoli, attraverso materiali inediti di valore inestimabile e testimonianze importanti quanto sorprendenti. 

Il film documentario desiderato, forse dovuto, di certo appassionato. Laggiù qualcuno mi ama di Mario Martone dedicato a Massimo Troisi non è solo una lettera d’amore, di gratitudine e stima, è un gioiello squisitamente cinematografico. Un’opera meta-artistica che compenetra due sguardi all’interno di un’appartenenza culturale condivisa, ma anche a un’idea di cinema che equivale a una Visione-di-mondo, a una “forma della vita”, e per questo, in sintesi, è un film profondamente “troisiano” benché autenticamente segnato dal tocco di Martone. Presentato in prima mondiale alla 73ma Berlinale, il documentario di oltre due ore è un viaggio epico e intimo siglato da un autore tra i più ispirati del presente, e parte con un’idea di opposizione tra la messa “in campo” e la messa “fuori campo”, qualcosa di molto coerente e sostanziale sia al cinema di Troisi che di Martone. A partire dalla decisione del regista di Nostalgia di mettersi in scena accanto al suo montatore Jacopo Quadri mentre lavora alla post produzione di Laggiù qualcuno mi ama: una scelta che esibisce il “cinema in progress”, il meccanismo che sostiene l’idea creativa al fine di entrare con più pertinenza nei codici creativi del collega compianto. Come pensava Troisi, come si ispirava, come si relazionava con il mondo, con la sua città, con la politica, con le donne, e con l’amore, che era per lui “un’esasperazione, una condanna”, ed infine con la morte. E se pure in campo sono le parole scritte dal grande Massimo su foglietti volanti, sulla sua agenda, così come le confessioni registrate su cassetta – patrimonio inestimabile conservato dall’ex compagna e co-sceneggiatrice di una vita Anna Pavignano, coautrice del documentario spesso e spesso in scena – fuori campo, invece, restano i grandi attori contemporanei chiamati a leggere/recitare tali scritti/pensieri. Di Toni Servillo, Silvio Orlando e diversi altri si odono le voci, umilmente a servizio di un Maestro indistintamente amato e stimato da tutti.   Il Troisi ritratto da Mario Martone contiene molteplici tracce di una mappatura fertile e poliforme, che evidenzia quanto l’artista e l’uomo suonassero all’unisono, nel contrasto di una fragilità che diveniva forza e di una forza che conosceva la propria fragilità. E non a caso in una poetica esistenziale e “anarchica” molto vicina a quello della Nouvelle Vague, messa giustamente in parallelo da Martone, in particolare con i personaggi “fuggenti” di Truffaut. Di Troisi c’è tanto ma non c’è tutto, non deve esserci tutto, perché lui stesso detestava la “tuttologia”: “Io non ci credo tanto in chi sa sempre tutto di tutto” diceva. Intervistati sono autori che ne esplicitano l’eredità “troisiana”, fra cui Francesco Piccolo, Paolo Sorrentino, Ficarra & Picone e il critico Goffredo Fofi. Ma accanto a numerosi (e spesso tra i più divertenti) spezzoni del Troisi-mondo teatrale, cinematografico e televisivo inseriti nel doc, a vibrare sono le scene di rara intimità girate nello studio “aperto sul mare” di Anna Pavignano, donna e scrittrice torinese che emana serenità attraverso una bellezza naturale e autentica, caratteristiche che si capisce corrispondessero a quanto Troisi amava, anche perché in parte a lui complementari. E poi c’è Napoli, amata ma non idolatrata, da cui spesso Troisi ha preso alcune distanze, benché il capoluogo campano trasudasse dai suoi gesti, dalle sue “non parole” e dall’amicizia simbiotica e gemellare con l’altra icona partenopea, quel Pino Daniele che gli era colonna musicale e fratello dal cuore fragile.

Laggiù qualcuno mi ama

di Mario Martone

Durata: 127′

Italia 2023

Uscita: 23 febbraio

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Sull'autore

Anna Maria Pasetti

Anna Maria Pasetti Milanese, saggista, film programmer e critica cinematografica, collabora con Il Fatto Quotidiano e altre testate. Laureata in lingue con tesi in Semiotica del cinema all’Università Cattolica ha conseguito un MA in Film Studies al Birkbeck College (University of London). Dal 2013 al 2015 ha selezionato per la Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Si occupa in particolare di “sguardi al femminile” e di cinema & cultura britannici per cui ha fondato l'associazione culturale Red Shoes. . Ha vinto il Premio Claudio G. Fava come Miglior Critico Cinematografico su quotidiani del 2020 nell’ambito del Festival Adelio Ferrero Cinema e Critica di Alessandria.