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L’IMMORTALE (Marco D’Amore)
Il ritorno

Ciro Di Marzio non è morto. È riuscito a sopravvivere ancora una volta, ripescato dal mare proprio quando sembrava ormai spacciato dopo il colpo di pistola sparatogli da Genny Savastano. Tuttavia non può tornare a casa, è costretto a trasferirsi in Lettonia, piazzato da don Aniello a fare da broker per il traffico di droga che vi sta sviluppando. E mentre viene rievocata la sua infanzia nella Napoli degli anni ’80, “l’immortale” si ritrova al centro di una guerra senza esclusione di colpi tra i russi e lettoni.

Concepito come opera-ponte tra la quarta e la quinta stagione (annunciata per il 2020) di Gomorra – la serie, l’esordio nel lungometraggio di finzione di Marco D’amore si segnala soprattutto per essere il fulcro di un’insolita (per il panorama italiano) operazione crossmediale e per la focalizzazione su uno dei due principali personaggi della fortunata serie SKY. Entrambi aspetti dai quali non si può prescindere per valutare pregi e difetti di un’“opera prima” produttivamente e (dunque) esteticamente assai differente da quelle abitualmente prodotte nel nostro paese. A cominciare proprio dalla scrittura, firmata a 10 mani dallo stesso D’amore insieme a Francesco Ghiaccio, Giulia Forgione e a due degli sceneggiatori della serie (Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli). Se infatti da una parte essa risente molto dei “paletti” entro i quali dover necessariamente sviluppare la vicenda (l’incipit “obbligato” che coincide con il finale della terza stagione; l’ambientazione condizionata dalla forzata clandestinità del protagonista etc), dall’altra se ne avvantaggia per scandagliare in profondità la psicologia del personaggio. Tanto che, mentre la linea narrativa della contemporaneità, che si dispiega quasi interamente in Lettonia e parallelamente agli eventi della quarta stagione della serie, appare così forzatamente ingabbiata dalle coordinate narrative da far emergere a più riprese la sensazione di dejà-vu, quella che invece approfondisce l’infanzia de “l’immortale” ha sicuramente un passo diverso. Qui infatti sembra funzionare meglio lo iato tra l’impianto narrativo, modellato secondo i topoi del “romanzo di formazione”, e lo sfondo, una Napoli prevalentemente notturna, in ricostruzione (emotiva più che urbanistico-architettonica) post-terremoto e sotto i dionisiaci effetti dei due storici scudetti arrivati con Maradona.

Così come la scrittura, anche la regia di D’amore sembra più a suo agio nel raccontare l’infanzia di un muschillo orfano piuttosto che lo sradicamento vissuto da un ormai affermato boss. Più appassionato nel restituire la mortifera vitalità dei vicoli e delle case sgarrupate di un territorio in ribollente evoluzione piuttosto che gli algidi e silenziosi orizzonti baltici.

Al di là degli esiti non del tutto convincenti, L’immortale ha comunque il pregio di definire meglio il nucleo semantico che sostiene la Grande Narrazione della serie. Anche qui infatti,  il discorso è incentrato sulla genitorialità, e sulla fratellanza che automaticamente si genera laddove essa latita o è addirittura assente. La parabola di Ciro, costretto a dover “sostituire”con figure vicarie i propri genitori, scomparsi quando lui era ancora in fasce durante il terremoto del 1980 (la sequenza che rievoca la tragedia è peraltro una delle migliori), è in tal senso esemplare. Perché ci fa comprendere e quanto possa essere fragile e gravosa un’esistenza “immortale”.

Regia Marco D’amore

Con Marco D’amore (Ciro), Giuseppe Aiello (Ciro da bambino), Salvatore D’onofrio (Bruno), Giovanni Vastarella (Bruno da giovane), Marianna Robustelli (Vera)

Italia 2019

Durata 113’

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Sull'autore

Francesco Crispino

Francesco Crispino

Francesco Crispino è docente di cinema, film-maker e scrittore. Tra le sue opere i documentari Linee d'ombra (2007) e Quadri espansi (2013), il saggio Alle origini di Gomorra (2010) e il romanzo La peggio gioventù (2016).

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