Francia, anni Ottanta. Un architetto straniero viene incaricato di progettare la Grande Arche de La Défense a Parigi, monumento destinato a diventare simbolo del potere istituzionale e dell’ambizione politica dell’epoca di François Mitterand. Mentre il progetto prende forma, il film segue il progressivo isolamento dell’uomo, stretto tra visione artistica, vincoli burocratici e pressioni politiche, fino a trasformare la realizzazione dell’opera in un percorso di logoramento personale e professionale.
L’Inconnu de la Grande Arche conferma Stéphane Demoustier tra gli autori francesi più coerenti e riconoscibili nel proprio percorso generazionale, capace di costruire un cinema rigoroso, riflessivo e interessato alle dinamiche di potere che regolano i rapporti tra individuo e istituzione. Giunto al suo quinto lungometraggio, il regista di Lilla sembra qui portare a maturazione una poetica che, film dopo film, ha privilegiato personaggi marginali, situazioni di attrito e narrazioni in cui il conflitto non esplode mai apertamente, ma si consuma in modo carsico, attraverso micro-fratture e progressive sottrazioni.
La scelta di raccontare la nascita della Grande Arche evitando qualsiasi enfasi celebrativa si inserisce perfettamente in tale disegno. Demoustier non è interessato al monumento come icona, ma come processo: un processo che assorbe, normalizza e infine neutralizza l’energia creativa che lo ha generato. Aspetto che è già centrale La Grande Arche, il resoconto storico travestito da romanzo pubblicato da Laurence Cossé nel 2016 alla base dell’operazione di trasposizione, ma che Demoustier – che firma ancora una volta anche la sceneggiatura – inserisce perfettamente nel proprio percorso autoriale. Facendolo idealmente dialogare con i lavori precedenti, da Terre Battue a La Fille au bracelet, dove il dispositivo narrativo – sportivo, giudiziario o istituzionale – diventa sempre una macchina opaca, incapace di restituire giustizia o senso a chi vi è coinvolto.
Dal punto di vista stilistico Demoustier conferma come la sua idea di regia sia improntata sulla sottrazione e sul controllo. La messinscena è infatti asciutta, priva di virtuosismi, costruita su un uso calibrato del tempo e dello spazio. In tal senso appare assolutamente coerente la scelta di affidare la narrazione a un formato 4:3 che, oltre a replicare sagacemente la forma della grande opera architettonica al centro della vicenda, ha la funzione di lavorare lo spazio, comprimerlo, svuotarlo. Gli ambienti – uffici ministeriali, sale di riunione, cantieri – sono filmati come luoghi di compressione, in cui l’architettura non libera ma costringe, e in cui la monumentalità è svuotata di qualsiasi aura. Uno stile che rifugge l’empatia immediata e preferisce la distanza, chiamando lo spettatore a osservare più che a partecipare emotivamente.
L’originalità del film risiede proprio in questo sguardo obliquo: raccontare un’opera simbolo della modernità come una storia di progressiva solitudine e di fallimento esistenziale. Concepita come apertura, La Grande Arche diventa paradossalmente una soglia che non conduce da nessuna parte, un vuoto che rispecchia la marginalizzazione del suo stesso autore. Se la regia e l’impianto concettuale risultano solidi e coerenti, qualche (piccolo) limite il film lo evidenzia nella costruzione del coro attoriale. Accanto a un protagonista trattenuto ma efficace infatti, i personaggi secondari non sono ben amalgamati, e talvolta appaiono ridotti a funzioni, più che a presenze dotate di una reale complessità, rafforzando l’idea di un mondo impersonale ma sacrificando, in parte, la densità drammatica.
Ne risulta un’opera che affascina più per il suo pensiero cinematografico che per la sua capacità di coinvolgimento emotivo, ma che comunque conferma Demoustier come autore consapevole, fedele a un cinema che interroga le strutture del potere senza mai semplificarle né renderle consolatorie. Un film che chiede allo spettatore attenzione e pazienza, e che trova proprio nella propria austerità formale la misura di una coerenza ormai riconoscibile.
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