Ai miei tempi Rubriche

Millenovecentoventicinque
Dal primo quarto del ventesimo secolo, un documento su una sala e le sue radici

Fa impressione leggere una data scritta per esteso, con le lettere al posto delle cifre. La sensazione è simile a quella che si prova quando, al termine dei titoli di coda di un film, compare l’anno di produzione in numeri romani. Strizziamo gli occhi, in entrambi i casi, in un esercizio stimolante. In sala, mentre gli altri spettatori si sono già alzati da un pezzo, fingiamo di dimenticare in che anno siamo e proviamo a tradurre al volo inseguendo le X, le V e le I, prima che spariscano nel soffitto insieme a tutto il resto. Davanti al documento che Luigi Arrigoni estrae dalla sua mitica cartella, invece, facciamo un bel respiro perché abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Quasi un secolo, ci viene in mente, mentre posiamo lo sguardo su quella scia d’inchiostro e scandiamo le sillabe: “Anno millenovecentoventicinque, addì quindici luglio”.

Il linguaggio è quello burocratico dei documenti ufficiali (che Totò avrebbe ridicolizzato tantissime volte) in palese contrasto con la calligrafia perfetta che lo rende, esteticamente, molto affascinante: “Nell’ufficio del bollo di Como” – decifriamo – “tra i signori Biglieri Pietro, procuratore superiore del predetto ufficio, ed il signor don Carlo Maltagliati di Appiano, premesso che il signor don Carlo Maltagliati richiedeva l’ufficio per ottenere l’abbonamento per tenere rappresentazioni cinematografiche nel comune di Appiano, si conviene il procuratore superiore avanti citato concede al signor don Carlo Maltagliati l’abbonamento richiesto alle seguenti condizioni: a) Deposito cauzionale di lire cento. b) Pagamento preventivo di lire venti per ogni giornata di rappresentazione nei giorni festivi e di lire quindici nel giorno feriale e per non meno di due volte alla settimana”.

Una vera sfida alla bellezza della lingua italiana, conveniamo, eppure lasciamo cadere qualunque facile ironia retorica e per una volta ringraziamo il burocratese, perché grazie a verbali pedanti come questo possiamo scoprire, e scrivere, la nostra storia. Le risposte alle cinque domande richieste dalla prassi giornalistica (chi, che cosa, quando, dove e perché) sono tutte soddisfatte. Ed emergono così gli uomini e i loro compiti. Da una parte c’è un funzionario dell’ufficio Bollo e demanio. Dall’altra un sacerdote, “il signor” don Carlo Maltagliati, uno dei tanti uomini in talare che, a dispetto di quanto ha tramandato ingiustamente un certo immaginario popolare, univa la fede in Dio a una lungimirante fiducia nel mezzo tecnico. Prima di lui don Luigi Bianchi, nel ruolo di coadiutore, insieme al prevosto don Giuseppe Giachetti, una decina di anni prima avevano promosso ad Appiano Gentile, oltre al primo cinematografo, anche il primo oratorio e una scuola tipografica. La biblioteca, in quei primi anni del secolo, fu intitolata a Sant’Appiano, eremita medievale patrono del borgo varesino Castel Cabiaglio, per puri motivi onomastici (nessun legame, cioè, tra il nome del comune e quello del santo). La sala attuale, invece, è intitolata al poverello di Assisi.

Due santi medievali, quindi, proteggono questa comunità e le sue opere. Si inseguono così i numeri romani incisi nella nostra storia, e i codici binari del cinema digitale. Nel mezzo, quando i ricordi sono già documentati ma ancora in bianco e nero e senza parole, possiamo immaginare gli occhi della gente della parrocchia, e dei suoi pastori, che coltivavano con la vista lunga vividi sogni di celluloide. I primi sogni del secolo.

2 – continua 

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Sull'autore

Raffaele Chiarulli

Raffaele Chiarulli

Guido un workshop di critica cinematografica presso l'Università Cattolica di Milano e insegno cinema dalle scuole materne alle università della terza età.