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PRINCESS (Roberto De Paolis)
Storie di capinere, da Nigeria a Roma

Un film che divide. Princess, secondo lungometraggio del regista Roberto De Paolis, apre la sezione Orizzonti alla 79 Mostra del Cinema di Venezia. Il regista romano ha costruito la storia di Princess, una giovane prostituta nigeriana che vive nella periferia romana, lavorando con alcune ragazze nigeriane, vere vittime di tratta, che hanno scritto con il regista il film e poi hanno interpretato se stesse. Nella pellicola ritroviamo tutto quel mondo, fatto di protettrici che adescano le ragazze con l’uso della stregoneria, debiti da saldare, famiglie questuanti che chiedono continuamente soldi, desiderio di riscatto e di legalità. Questo dona al film molta autenticità e veridicità, grazie alla spontaneità e aderenza al ruolo delle protagoniste.
Siamo nei boschi della periferia della Capitale, in direzione Ostia. Strade frequentate in cui trovano spazio le prostitute africane, mentre, loro stesse raccontano che le “bianche” stanno in Città. Princess (Glory Kevin) è da poco maggiorenne ma “batte” le strade da almeno tre anni, dividendo una casa isolata con le altre nigeriane, frequentando la locale chiesa cristiana africana e inoltrandosi lungo le strade nei boschi per lavorare. La pineta diventa una foresta ancestrale in cui donna e uomo, sconosciuti, si incontrano e da cui nascono il sentimento della sopravvivenza e il meccansmo del conflitto. La gratuità e spontaneità delle relazioni, il baratto, la primordialità dei rapporti terminano tutti nella richiesta di denaro. Spiega la stessa protagonista che il denaro che riceve serve a fare in modo che il suo lavoro e il suo tempo abbiano valore, per non sentirsi sfruttata.
De Paolis descrive il divario che esiste tra chi è italiano e chi nigeriano, tra chi è benestante e chi cerca soldi per fame, senza concedere nulla alle attuali tendenze che vogliono fingere l’inesitenza di stereotipi, tradizioni, abitudini e differenze culturali tra chi è nato in Europa e chi è nato in Africa. Qui il pregio e il difetto del film. Pregio, come dicevamo, nell’aver saputo valorizzare al meglio i molti attori non protagonisti, le loro storie e tradizioni, anche in scene corali durante le cerimonie religiose, difetto perché questa recitazione spontanea e incarnata nella vita stride con gli attori professionisti coinvolti e con i ruoli a loro assegnati. L’uomo ricco e cocainomane con la Ferrari bianca, il borgataro con il casco e la tuta, il vecchio vedovo con i baffi e il giubbino coi tasconi, fanno parte di un immaginario codificato che diventa presto macchietta. Alcune scene legano con fatica con il resto del racconto, concedendo troppo alla fiction e uscendo dai binari del vero, nel quale il film vorrebbe inserirsi. Bene il personaggio di Corrado (Lino Musella), in particolare nella seconda parte del film, quando lavora al riscatto umano e affettivo della protagonista, abbandonando l’abito della macchietta del cercatore di funghi distratto, in cui era stato relegato nella prima parte della pellicola.

 

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Sull'autore

Simone Agnetti

Simone E. Agnetti, Brescia 1979, è Laureato con una tesi sul Cinema di Famiglia all’Università Cattolica di Brescia, è animatore culturale e organizzatore di eventi, collabora con ANCCI e ACEC, promuove iniziative artistiche, storiche, culturali e cinematografiche.