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THE AGE OF SHADOWS (Kim Jee Woon)

A distanza di tre anni dal debutto hollywoodiano con The Last Sand, il regista coreano Kim Jeen-woon torna a far sentire la sua voce attraverso un pregevole film di azione e spionaggio finanziato e prodotto da Warner Bros. Noto a tutti per la versalità e la capacità di muoversi con facilità e naturalezza tra i diversi generi cinematografici, Jeen-woon si affida al passato per raccontare la vicenda storica dell’attentato dinamitardo commesso da Hwang Ok ai danni di un comando di polizia nel 1923, durante gli anni in cui la Corea è sotto il dominio giapponese.

Siamo quindi negli anni ’20 e il capitano Higashi affida al comandante “coreano” della polizia giapponese Lee Jung-Chool il difficile compito di assicurare alla giustizia alcuni ribelli che fanno parte della Resistenza coreana, il cui intento è comprare esplosivi dagli anarchici ungheresi, raggiungere Shangai e far saltare alcune importanti strutture giapponesi. Quando Lee Jung-Chool contatta Kim Woojin (Gong Yoo), leader del gruppo di ribelli, scopre un uomo carismatico e sicuro di sé. Quest’ultimo cerca in tutti i modi di portare dalla sua parte anche il comandante, facendo leva soprattutto sull’importanza delle sue origini e sulla leggitimità di una causa che li dovrebbe vedere dalla stessa parte, per ribellarsi alla sopraffazione dei giapponesi.

Inizia così un doppio gioco delle parti, una caccia al gatto e al topo che si dipana per tutto il corso del film, cresce e matura insieme alla relazione tra due uomini che si sfruttano a vicenda per carpire informazioni e segreti l’uno dall’altro nel tentativo di portare a termine le rispettive missioni. Su entrambi aleggia però l’ingombrante ombra del capitano giapponese Hashimoto, da sempre sospettoso nei confronti del comandante coreano.

Difficile aggiungere maggiori dettagli senza correre il rischio di svelare troppo su questo spy thriller dinamico, dalla trama coinvolgente e mai noiosa, in cui i continui colpi di scena non fanno che tenere viva l’attenzione dello spettatore. Dando il meglio di se stesso, il regista coreano inchioda lo spettatore allo schermo intrattenendo con un film in cui la tensione si fa evidente sui volti dei personaggi coinvolti e appassionando attraverso uno stile classico e un pregevole uso della tecnica che si fa evidente non solo nella sequenza di caccia iniziale, ma soprattutto con l’intensa sequenza del treno. Un film ben diretto e riuscito che non ha nulla da invidiare ai migliori film hollywoodiani.

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Sull'autore

Marianna Ninni