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THE FRONT RUNNER – IL VIZIO DEL POTERE
Il "non-presidente" che avrebbe cambiato la Storia d'Occidente

Alla vigilia delle primarie democratiche del 1987 Gary Hart era il favorito a furor di popolo. Avrebbe anche probabilmente trionfato alle presidenziali dell’anno successivo se uno scandalo privato gonfiato dai media non gli avesse stroncato la carriera politica.

Il democratico Gary Hart avrebbe potuto cambiare la Storia americana e quindi mondiale. Ma è bastato un errore “di valutazione” a fermare la sua carriera, e dunque a permettere che la politica statunitense prendesse le “pieghe” note a tutti. Niente di più e niente di meno nutre la base dei contenuti di The Front Runner – Il vizio del potere, la nuova fatica dello stimatissimo Jason Reitman, autore fra gli altri di ottimi titoli come l’esordio Thank you for smoking (2005), Juno (2007) e Up in the Air (2009). Stavolta il regista si appella a una penna autorevole quale il Premio Pulitzer Matt Bai e al suo romanzo All The Truth is Out (2014) come materia d’ispirazione; al centro della narrazione è la vicenda del popolare senatore del Colorado concentrata nelle fatidiche tre settimane che precedettero le primarie democratiche del 1987. Brillante, intelligente e a suo modo rivoluzionario, Hart era agli occhi di tutti il favorito per le presidenziali dell’88, previa elezione a candidato dei Dem. Con un matrimonio in fase terminale e giornate interamente concentrate all’impegno politico, Hart si permise il lusso di una relazione extraconiugale tenuta rigorosamente segreta. Bastò qualche avvistamento di inviati del Miami Herald fuori dalla sua casa/quartier generale ad accertare l’affair.  Ritenendo che la vita privata non potesse avere effetti su quella pubblica, Gary Hart non diede rilevanza alla fuga di notizie, sottovalutando che i tempi stavano cambiando portando gli universi della politica e dei media (specie dei tabloid..) a collidere. L’intelligenza del film di Reitman – e alla sua base del testo ispiratore – non sta nel disvelamento dei fatti in sé, bensì nel far comprendere le conseguenze profonde che la miopia del senatore democratico ebbe sul futuro della politica, anche concettualmente. Per una volta veniva a smarrirgli la lungimiranza che solitamente lo contraddistingueva, e questo costò caro a se stesso e al suo Paese.  Sul finire degli anni ‘80 per un personaggio pubblico, specie se politico, la condotta privata stava perdendo la connotazione personale per essere inglobata, grazie all’ingerenza dei media, dentro alla materia pubblica: se tale aspetto ha comportato aspetti positivi sull’integrità dei soggetti chiamati ad assumersi le responsabilità di una nazione, certamente laddove viene estremizzato ha conseguito forzature e distorsioni, causando il paradosso che tutti conosciamo. Reitman è abile nel preservare la concentrazione sul punto focale del suo film, politico nel miglior senso del termine non tanto per quello che tratta ma per come lo tratta. Solido nello scambio dei punti di vista e quindi tenendosi il più possibile equidistante dalle parti in causa, l’autore lavora sull’efficacia dei ritmi sostenuti con cui sono costruiti gli ottimi dialoghi, raramente adombrati di retorica. Ed è chiaro che anche la scelta di un cast ad hoc abbia asservito un testo tanto valido cinematograficamente quanto importante concettualmente.

Regia: Jason Reitman

Cast: Hugh Jackman, Vera Farmiga, J.K. Simmons, Alfred Molina, Sarah Paxton

USA 2018

Durata: 113′

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Sull'autore

Anna Maria Pasetti

Anna Maria Pasetti

Milanese, giornalista e critico cinematografico, collabora con Il Fatto Quotidiano, Vivilcinema e altre testate. Laureata in lingue con tesi in Semiotica del cinema all’Università Cattolica ha continuato gli studi in Film Studies al Birkbeck College (University of London). Dal 2013 al 2015 è stata selezionatrice della Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Si occupa in particolare di “sguardi al femminile” (seleziona per il concorso del festival Sguardi Altrove) e di cinema & cultura dalla Gran Bretagna.