Cannes Cannes 77 Festival Filmcronache

THE GIRL WITH THE NEEDLE (PIGEN MED NÅLEN)
UNA FAVOLA NERA

The Girl With the Needle

La recensione di The Girl With the Needle, a cura di Paolo Perrone.

Una favola nera, sospesa fra mostruosità e candore, colpa ed innocenza, ispirata ad una storia vera che in Danimarca, alla fine del primo conflitto mondiale, suscitò sconcerto e sgomento. Il terzo lungometraggio di Magnus von Horn, classe 1983, svedese d’origine ma da quasi vent’anni residente in Polonia, è una storia di sofferenza e sopravvivenza dagli echi dickensiani e dai riflessi horror: un thriller dell’anima, specchio di una società devastata, con addosso le ferite e le cicatrici dalla Grande guerra, emarginata e osservata dai piani bassi della scala sociale, da una giovane operaia di una fabbrica tessile che, nella Copenaghen del 1918 si ritrova sola, senza il marito disperso al fronte, abbandonata sul punto di risposarsi dal nuovo fidanzato, il direttore dello stabilimento, disoccupata perché costretta a licenziarsi, e incinta, in attesa di una bambina non desiderata.

Esaltato da un ammaliante bianco e nero, carico di tensione emotiva, un imbuto visivo che inghiotte, sullo schermo, personaggi e vicende evidenziandone le tante zone d’ombra e i pochi squarci di luce, The girl with the needle si muove con buona padronanza registica sul terreno sociale, esistenziale e morale, annullando e sovrapponendo i confini tra il bene e il male, quasi cambiandoli di segno.

La bontà d’animo del padrone dell’azienda tessile e la generosità della proprietaria di un negozio di dolciumi, che raccoglie i neonati non voluti di povere madri dandoli in affido a famiglie benestanti, sono infatti messe in crisi, nel racconto, svelando contraddizioni latenti e sottofondi tragici. Allo stesso modo, dietro la maschera ripugnante del marito della protagonista, riapparso dal nulla, sfigurato e ridotto a fenomeno da circo, affiorano comprensione e sentimenti sinceri. In questo gioco ad incastri, nel rispecchiamento degli opposti dove nulla, in fondo, è come appare, le riflessioni sulla maternità e sulla genitorialità, e le responsabilità a loro collegate, assumono un ruolo centrale. Anche se il luminoso finale del film di von Horn solleva, forse, più ambiguità di quanto sembra.

 

LEGGI – Diamant Brut

Potete seguire ACEC anche su Facebook e Instagram

Scrivi un commento...

Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.

Lascia un commento