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VIAGGIO AL POLO SUD (Luc Jacquet)
L’uomo e la natura

La recensione di VIAGGIO AL POLO SUD di Paolo Perrone

Un viaggio erratico, ai confini della Terra, lungo i paesaggi dell’anima. Una sinfonia visiva, ammaliante e ipnotica, che esplora luoghi di sconvolgente bellezza per trasmetterne le vibrazioni interiori. Un diario di bordo, intimo e poetico, per una navigazione, ai margini della civiltà, nel cuore di una natura incontaminata. Al sesto film, e a quasi vent’anni da La marcia dei pinguini, Oscar nel 2006, Luc Jacquet torna, con Viaggio al Polo Sud, in Antartide, immergendosi in una realtà geografica selvaggia e inaccessibile. Un’operazione documentaristica senza pretese di divulgazione scientifica, non interessata, dunque, a descrivere, bensì a riverberare sensazioni e suggestioni. Un compito che il film, girato in un bianco e nero dai contrasti smaglianti, svolge attraverso un repertorio stilistico sensibilissimo: riprese con il drone alternate a primissimi piani, uso di grandangoli e di sequenze in time lapse, inquadrature sfocate, sovrimpressioni, rallenti e dissolvenze. La voce fuori campo dello stesso Jacquet, alimentata da una domanda che torna di continuo, “cosa mi porta qui?”, si fa quasi confessione, dolce e insieme amara, e grido d’allarme, nella presa di coscienza ecologica di un mondo messo a repentaglio dalla scelleratezza umana. Attraverso i percorsi tracciati da Magellano, Cook, Darwin e Amundsen, lungo le rotte dell’albatros o della balenottera azzurra, tra le colonie di pinguini e uccelli marini nella solitudine infinita dell’altopiano polare, il racconto procede per tappe: la Patagonia, per abituarsi alla luce e purificarsi l’anima, le foreste australi, le onde dell’oceano, come una lastra d’argento in continuo movimento, lo scalo su isole deserte, l’arrivo nel regno del ghiaccio.Lì, nella vastità del silenzio, il minuscolo e l’immensosi confondono. E Jacquet, puntino scuro in una distesa bianca a perdita d’occhio, può finalmente camminare sulla crosta solidificata del mare, misurandosi con l’infinito. Come sussurrato dallo stesso regista, “una delle più belle lodi alla vita che la natura abbia mai scritto”.

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.