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CALL OF GOD (Kim Ki-Duk)
Ultimo film, postumo, del maestro coreano

Call of God è l’ultimo film postumo del grande maestro coreano Kim Ki-Duk, girato poco prima di ammalarsi di Covid nel 2020 e, dopo la sua morte, affidato al montaggio di colleghi che hanno cercato di seguire le sue indicazioni. Come si evince dal titolo, è un film metafisico, in cui la chiamata di Dio è, effettivamente, una telefonata che una donna riceve da una voce misteriosa che le impone di fare delle scelte. Ma tutto ciò è innestato in una storia minima e apparentemente quotidiana.

Il film si apre infatti con due ragazzi che fanno conoscenza casualmente e che iniziano una relazione che sembra perfetta. Presto si scopre però che lui è un donnaiolo e che lei è una gelosa paranoica. Questo li conduce in un vortice di autodistruzione che li porta all’isolamento dal mondo circostante attraverso violenze fisiche e psicologiche. È quello che vogliono? La domanda apparentemente banale si vena di motivi assoluti, com’è tipico della cinematografia del regista, e presto il film si trasforma in un conflitto tra destino e libero arbitrio, un destino rappresentato dalla voce di Dio, ma anche da ciò che resta scritto nella nostra psiche fin dai primi anni di vita.

La trama semplice e quasi banale si ampia perciò a una struttura complessa, giocata su più livelli – è realtà? È un sogno? È lo svolgimento di un romanzo? -, molto difficile da gestire. Il film procede a tratti faticosamente proprio per questo e avrebbe richiesto di certo un complesso lavoro di montaggio delle scene che caratterizzano la trama primaria e delle aperture verso livelli altri. Forse manca la ruvida poesia, il conflitto tra sublime e violenza che Kim Ki-Duk ci aveva fatto conoscere in molte altre occasioni, mancano gli affondi, quella dilatazione dei tempi narrativi che è penetrazione nelle viscere dei personaggi. Resta un bianco e nero cupo come una nuvola che avvolge tutto e che si apre solo molto dopo ai colori brillanti e puliti, a suggerire una svolta, un riconoscimento di noi stessi che arriva come l’approdo di un viaggio tempestoso. È anche un film sulla solitudine e, in fondo, sull’essenza stessa dell’animo umano.

È, insomma, un’opera con un enorme potenziale, che tuttavia resta almeno in parte inevaso. L’isolamento e la clausura, progressivamente autoimposti dai protagonisti, inoltre, rappresentano nel modo migliore e indiretto i tempi del lockdown, durante i quali necessariamente la volontà dei singoli era ridimensionata in virtù dell’evidenza di una forza superiore che condizionava i nostri destini. Ci mancherà, Kim Ki-Duk, anche nei suoi film sbagliati.

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Sull'autore

Alessandro Cinquegrani