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FESTA DEL CINEMA DI ROMA: SULLE ALI DEL MUSICAL
"Cyrano" e "Dear Evan Hansen", canzoni, fantasmi e dolori

Due musical. Due film estremamente diversi per sorgenti ispirative, epoca di ambientazione e pubblici di riferimento, ma dai rimandi interni più stretti di quanto possa apparire a prima vista. Tra i film proposti dalla sedicesima edizione della Festa del cinema di Roma, il sontuoso, barocco Cyrano di Joe Wright e il ritmato, pulsante Dear Evan Hansen di Stephen Chbosky hanno infatti in comune, oltre alla trasposizione cinematografica dei rispettivi spettacoli teatrali e, dunque, alla trasformazione di molti dialoghi in canzoni, l’escamotage narrativo dell’alter ego. Un espediente che, nel romanzo di Rostand e nel film di Wright (molto fedele al testo di partenza), spinge lo spadaccino implacabile ma dalla timidezza estrema a “passare” attraverso il giovane cadetto Cristiano de Neuvillette per dichiarare alla bella Rossana, con lettere traboccanti di pathos scritte di suo pugno, tutto il suo amore; mentre nel film di Chbosky il “tramite” di Evan, letteralmente bloccato dall’ansia sociale, è uno studente suicidatosi di cui il ragazzo si finge, a posteriori, grande amico per arrivare a conoscerne la sorella, sua compagna di scuola, di cui è innamorato.

Anche in Dear Evan Hansen la bugia, dunque, è la strada tortuosa, sofferta e paradossale per arrivare alla verità. E anche qui, come in Cyrano, è una lettera, nella sua versione modernizzata, ad attirare e, poi, a confondere: una e-mail ‘”motivazionale” che il ragazzo indirizza a se stesso, come prevede la terapia che sta seguendo, ma equivocata dai genitori del liceale suicida come fraterno scambio epistolare tra i due (falsi) amici. Presenze in qualche modo fantasmatiche, quelle dietro le quali si nascondono i protagonisti dei due film, generate dall’occultamento di una realtà difficile da accettare e manipolate attraverso un costante ribaltamento strutturale: se i due lungometraggi, come detto, sono già di per sé una riproduzione in immagini dei musical firmati dalla drammaturga Erica Schmidt (Cyrano) e da Levenson, Pasek & Paul (Dear Evan Hansen), i modelli di riferimento prelevati da Wright dalla commedia teatrale di Rostand e da Chbosky dal teen school movie subiscono reiterate distorsioni, repliche, alterazioni.

A impersonare de Bergerac, ad esempio, è il Peter Dinklage de Il trono di spade, intrappolato in un corpo minuscolo (e non caratterizzato da un naso pronunciato) che, sullo schermo, alimenta la difficoltà del suo personaggio a farsi accettare per ciò che egli sente realmente di essere nel suo intimo. Allo stesso modo, nell’inventare, più per commiserazione verso se stesso che per compassione verso gli altri, la storia di un’amicizia mai esistita, il sociopatico e insicuro Evan Hansen fuoriesce dal cliché del tipico teenager del cinema americano e, attraverso una colonna sonora in cui le parole delle canzoni, dando voce ai pensieri sommersi, feriscono e non rassicurano, arriva a rivestire il profilo del giovane adulto. La matrice sostanzialmente esistenzialista di Dear Evan Hansen (che segue con coerenza, nel cinema dello scrittore-regista Chbosky, un film come Wonder) si accosta così, singolarmente, alla fragilità nascosta del Cyrano di Rostand e Wright. Lasciando intravvedere, dietro le fantasiose testimonianze d’amicizia dell’uno e le dolci schermaglie verbali dell’altro, convergenze amare e laceranti.

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Sull'autore

Paolo Perrone

Giornalista professionista, critico cinematografico, curatore di rassegne e consulente alla programmazione, è direttore responsabile della rivista Filmcronache e autore di numerosi saggi sul cinema. Per Le Mani ha scritto Quando il cinema dà i numeri. Dal mathematics movie all'ossessione numerologica.