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GLI ULTIMI GIORNI DEL PARADISO (Joâo Nuno Pinto)
Il fuoco dietro di noi

Le famiglie di tre fratelli si ritrovano nella lussuosa villa dei genitori nella regione di Alentejo nel sud del Portogallo, area in via di trasformazione da zona depressa a fiorente meta turistica. I baci e gli abbracci iniziali si trasformano presto in lamentele e rimostranze riguardo a cosa fare della residenza dei genitori, mentre la loro esistenza, scandita da privilegi e rimozioni, è incrinata da una minaccia esterna: un incendio che avanza, trasformando lo spazio idilliaco in un luogo di resa dei conti, individuale e collettiva.

Terzo lungometraggio diretto dal portoghese João Nuno Pinto, Gli ultimi giorni del paradiso prosegue il percorso avviato nelle opere precedenti, América (2010) e Mosquito (2020), confermando un interesse marcato per microcosmi sociali chiusi e per una messinscena rarefatta, esteticamente curata e costruita su equilibri precari e tensioni sotterranee. Se però nei primi lavori il tempo sembrava sospeso in una dimensione quasi astratta, qui appare più evidente la sua azione plasmante, la cui progressione solenne e ieratica, insieme al lavoro sullo spazio e sull’atmosfera, costituisce la cifra stilistica più riconoscibile dell’enunciazione dell’autore.

La scelta di articolare il racconto in tre segmenti distinti, ciascuno legato al punto di vista di una delle protagoniste — i primi due alle sorelle proprietarie, il terzo a Susanna, figlia della storica governante della villa —, rappresenta al contempo una risorsa e un limite. Da un lato consente di stratificare il racconto, offrendo a Nuno Pinto la possibilità di sfruttare le sfumature psicologiche messe in luce dal conflitto delle prospettive divergenti che definiscono e arricchiscono il quadro complessivo; dall’altro produce una certa farraginosità nell’incedere narrativo, spezzando il ritmo e incidendo sulla fluidità della progressione drammatica. È proprio in questa tensione tra ambizione formale e compattezza narrativa che il film rivela la sua natura più interessante, ma anche la sua fragilità.

Ciò che invece funziona con maggiore efficacia è l’uso della location, vero e proprio cuore pulsante dell’opera. La tenuta, con i suoi spazi aperti e al tempo stesso delimitati, è un vero e proprio dispositivo simbolico che riflette la condizione delle protagoniste: protette, isolate, inconsapevoli. In tal senso il film sembra idealmente dialogare con il recente La villa portoghese di Avelina Prat, con il quale condivide la centralità della villa come luogo di rivelazione e crisi, sebbene lì esso sia assunto come spazio di ricostruzione e rifletta il tema dell’Identità individuale, mentre al contrario qui diventi spazio di disgregazione e rifletta il tema della Famiglia nella quale si rispecchia l’Identità dell’intera società.

L’altro aspetto interessante del film è l’elemento apocalittico che ne governa la drammaturgia, incarnato dall’avanzare del fuoco. Un elemento che, proprio mentre inserisce Gli ultimi giorni del paradiso in un filone assai frequentato dal cinema contemporaneo, quello più in linea con lo Zeitgeist, lo  “spirito del tempo”, esprime un evidente rispecchiamento con Afire – il cielo brucia (2023) di Christian Petzold, soprattutto nella funzione ambivalente delle fiamme come forza distruttrice e purificatrice. Tuttavia non si può non pensare anche ad Adagio (2023), per quanto nel film di Stefano Sollima la funzione del fuoco sia traslata in un contesto e in un genere differenti. Come in questi due titoli, ne Gli ultimi giorni del paradiso l’incendio si caricadi un valore allegorico, in questo caso però segnando il crepuscolo di un mondo incapace di riconoscere la propria crisi e la propria dissoluzione.

Ed è proprio in questa dimensione – nella quale si colgono gli echi dell’indimenticabile lezione renoiriana de La Règle du jeu (1939) – che il film trova il suo aspetto più affascinante e l’affondo più incisivo, facendosi raffinato pamphlet contro le classi agiate,  ritratte nella loro cecità e nel loro egoismo. Espressione di un capitalismo apatico e insensibile, l’aristocrazia terriera di matrice capitalistica di cui fanno parte le famiglie dei tre fratelli proprietari della villa è messa a nudo nella propria meschinità, evidenziata soprattutto nel rapporto con le classi subalterne, presenza costante ma sempre marginalizzata, mai realmente considerata. Il mondo che va a fuoco – letteralmente – è anche quello composto da relazioni sbilanciate, privilegi dati per scontati, responsabilità sistematicamente eluse.

A sostenere l’impianto del film contribuiscono in modo determinante le interpretazioni delle tre protagoniste, misurate e credibili, capaci di restituire la complessità dei propri personaggi senza indulgere in facili stereotipi. Ma è soprattutto la dimensione visiva (scenografia e fotografia) a imporsi come elemento di assoluto rilievo. La splendida fotografia firmata da Kamil Plocki è luminosa e avvolgente nelle prime fasi, per farsi progressivamente più cupa e inquieta, fino a farsi accecante e incandescente, accompagnando la trasformazione dello spazio e dello stato d’animo delle protagoniste con rigorosa coerenza formale.

Gli ultimi giorni del paradiso è un’opera elegante e seducente, che convince più nella sua dimensione atmosferica che per la sua articolazione drammaturgica. E che proprio in questa sua sospensione, in questo suo indugiare tra contemplazione e disfacimento, finisce per cogliere la flagranza di un mondo che brucia senza accorgersene, e che solo quando la luce si fa troppo intensa scopre di essere già cenere.

Titolo originale: 18 Holes to Paradise
Regia: Joâo Nuno Pinto

Interpreti: Margarida Marinho (Francisca), Beatriz Batarda (Caterina), Rita Cabaço (Susana)
Origine: Portogallo/Italia/Argentina 2025

Durata: 107’

GUARDA ANCHE:

 

IL CIELO BRUCIA (Christian Petzold)

 

ADAGIO (Stefano Sollima)

 

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LA VILLA PORTOGHESE (Avelina Prat)

 

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Sull'autore

Francesco Crispino

Francesco Crispino è docente di cinema, film-maker e scrittore. Tra le sue opere i documentari Linee d'ombra (2007) e Quadri espansi (2013), il saggio Alle origini di Gomorra (2010) e il romanzo La peggio gioventù (2016).

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