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IL PIANETA IN MARE (Andrea Segre)

Porto Marghera è uno dei luoghi più controversi della Penisola. Nato come un grande porto industriale nella laguna di Venezia che ha dato lavoro e benessere a moltissime persone, si è trasformato poi in un ricettacolo di materiali tossici che hanno portato malattia, morte e inquinamento. Dall’orgoglio della Nazione si è trasformato nella sua vergogna. Andrea Segre filma questi luoghi oggi: le aziende abbandonate e quelle sopravvissute, i piccoli ristoranti, le nuove iniziative imprenditoriali, i pescatori che scavano in un mare di fango e petrolio.

Il soggetto è estremamente suggestivo, anche da un punto di visivo: le grandi fabbriche, i grovigli di tubi, le stanze abbandonate, il mare, tutto con lo skyline di Venezia, sembrano il set perfetto per un film distopico o postmoderno. Ma, benché il regista sfrutti questo potenziale visivo, il film resta privo di presa. I problemi sono essenzialmente due.

Da una parte manca un fuoco narrativo e spesso non si comprendono i nessi e neppure le contraddizioni: il documentario vaga tra passato e presente, tra l’azienda Alpenite che in realtà è in un’altra zona, limitrofa ma moderna, e le fabbriche dismesse, tra il passato e il presente, senza individuare un vero centro che è necessario anche in un film non di finzione.

D’altra parte c’è un problema più evidente e invasivo. Le persone che vediamo sullo schermo parlano tra loro e non alla macchina da presa o a un intervistatore ma è evidente che si scambiano informazioni utili soltanto allo spettatore. I dialoghi risultano così falsi e artificiosi e, benché l’intento sia di dare maggiore realismo nascondendo la macchina da presa (è evidente il mandato di non guardare in macchina, che gli interpreti assumono forzatamente), il risultato è quello di privare di naturalezza ogni discorso. Risulta evidente che il regista non è entrato in contatto con loro, non è scomparso con un lavoro lungo e difficile in cui la presenza della macchina da presa non è più un onere e i discorsi fluiscono naturalmente. Così il film risulta faticoso e non ha presa sullo spettatore. Peccato.

 

 

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Alessandro Cinquegrani