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KÉKSZAKÁLLÚ (Gaston Solnicki)

Unire la pienezza apicale delle opere musicali di Béla Bartók con il vuoto vertiginoso delle vite dei giovani borghesi argentini, questo il tentativo filmico di Gastón Solnicki nella pellicola Kékszakállú (Barbablù) in concorso ad Orizzonti 2016.
Il giovane regista vorrebbe unire la fiaba di Barbablù al ritratto di donne e uomini che vanno in villeggiatura, come se fossero in trappola; una sorta di inferno, di limbo, senza particolari accadimenti. Kékszakállú è il tentato ritratto di una cultura di recessione economica e spirituale in cui il torpore della noia e del privilegio è minato dal malessere economico dell’Argentina. Ispirato liberamente all’unica opera lirica di Béla Bartók, Kékszakállú trasforma l’idea del castello di Barbablù in qualcosa di molto meno riconoscibile: un racconto di inerzia generazionale, che alterna scene di lavoro e riposo tra Buenos Aires e Punta del Este.
L’opera prima di Solnicki nel suo insieme non è né chiara né convincente, necessita di troppe spiegazioni esterne che rendono ostico raccordare la pesante e robusta colonna sonora di Bartók con l’esistenza vaga e noiosa dei giovani protagonisti, a parte il forte contrasto tra l’elemento visivo e quello musicale ne risulta una produzione concettuosa, noiosa e a tratti sgangherata.

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Sull'autore

Simone Agnetti

Simone E. Agnetti, Brescia 1979, è Laureato con una tesi sul Cinema di Famiglia all’Università Cattolica di Brescia, è animatore culturale e organizzatore di eventi, collabora con ANCCI e ACEC, promuove iniziative artistiche, storiche, culturali e cinematografiche.