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LA RICOTTA
Backstage di una Passione che si fa grottesca parabola

Questa scheda di approfondimento è tra quelle proposte in Passio Contemporanea, iniziativa ACEC che propone quattro film capaci di mettere a tema la Passione attraverso il linguaggio cinematografico: “La Ricotta” (Pier Paolo Pasolini, 1963), “Gran Torino” (Clint Easwood, 2008), “I Colori della Passione” (Lech Majewski, 2011), “Su Re” (Giovanni Columbu, 2012) .

TRAMA
Nel 1963 Pier Paolo Pasolini firma uno dei suoi capolavori più legati allo spirito, “La ricotta”. Uscito come uno dei quattro episodi del film del Ro.Go.Pa.G., racconta la storia di un regista (interpretato da un mitico quanto squattrinato Orson Welles) che sta girando un film in cui rilegge in chiave estetica la storia della Passione mentre il suo cast gozzoviglia e un poveraccio affamato che fa la comparsa cerca, senza successo, di trovare qualcosa da mangiare.

“LA STORIA PIU’ GRANDE”
Dopo aver riscoperto nel 1962 il Vangelo di Matteo, Pasolini stava pensando di trarne un lungometraggio. Prima però arriva questo progetto girato in autunno col produttore Alfredo Bini che otterrà un successo postumo grazie alle raffinate citazioni artistiche e alla sua carica rivoluzionaria.
All’uscita il film ottiene notorietà solo perché Pasolini è condannato per vilipendio e per distribuirlo deve tagliare alcune scene e cambiare la frase finale “povero Stracci, crepare è stato il suo solo modo di fare la rivoluzione” in “povero Stracci! crepare, non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo”. La frase originale è rivelativa perché l’autore non crede che Cristo sia figlio di Dio, ma che “in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità”.
Un altro aspetto destabilizzante della pellicola è che si alternano, in modo stridente, due stili fotografici: a colori le scene del film che stanno girando sulla Passione, in bianco e nero il backstage che riattualizza la pagina evangelica con una grottesca parabola sottoproletaria.

IL CRISTO DIPINTO
Nel film a colori Cristo è un bellissimo quanto anonimo giovane dal fisico flessuoso e lo stesso vale per i costumi e le pose degli altri personaggi che riprendono prima la Deposizione di Rosso Fiorentino e poi quella di Pontormo.
Già dalla prima inquadratura si capisce che qualcosa non va con le comparse che ballano un twist anni ’60 con gli abiti di scena. Solo dopo il rimprovero dell’aiuto regista arriva la musica sacra di Scarlatti mentre un suggeritore legge una lauda trecentesca di Jacopone da Todi. La rappresentazione raggiunge così una perfetta dimensione formale perdendo però ogni rapporto col suo valore etico e sociale e lo stesso accadrà nelle scene successive. Non a caso si sta girando un film/dipinto (“il regista vuole che stiate immobili”) che, come nel Manierismo, vede il dominio della forma sul contenuto.

IL CRISTO VERO
Nel backstage in bianco e nero capiamo che la vera figura Christi del film è Stracci, la comparsa che interpreta il ladrone buono. Non è né bello, né buono, né intelligente ma è ingenuo, ubbidiente e pronto al sacrificio come i poveri di spirito del Discorso della Montagna. E mentre lui cerca in continuazione del cibo, il regista recita con accento emiliano (è doppiato dallo scrittore Giorgio Bassani) la poesia di Pasolini “Una forza del passato” quella in cui spiega che “vivere il Passato in forma lapidea significa togliere ad esso la parte vitale”.
A livello allegorico tutto si muove nel contrasto tra consumismo e povertà ed è solo quest’ultima che si fa garanzia del sacro: mentre tutti hanno già mangiato e cercano di svagarsi, Stracci è l’unico che ancora cerca il pane. Quando dà il suo cestino a moglie e figli si sente in sottofondo il Dies Irae di Tommaso da Celano in una “umile” riduzione a fisarmonica. Quando lo vediamo muoversi in modo accelerato richiama le comiche di Chaplin ossia il cinema hollywoodiano che stava dalla parte degli ultimi.
Come Charlot, Stracci è l’eterno sconfitto. Almeno finché non vende il cane della diva che gli ha mangiato il panino (e qui si fa Giuda) e, mentre corre a comprarsi da mangiare, fa fuggire delle pecore (ennesimo simbolo). Quando finalmente riesce a sfamarsi, attori e troupe lo deridono e lo rimpinzano con i resti dell’ultima cena. Morirà sulla croce di indigestione in attesa del ciak.

LA RICOTTA
Regia di Pier Paolo Pasolini
Con Orson Welles, Mario Cipriani, Laura Betti, Vittorio La Paglia
Italia, 1963
Durata 35 minuti

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Matteo Asti