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LESSICO FAMIGLIARE
La forza della parola in tempo di quarantena

Per molti di noi, la quarantena è il tempo… per avere tempo. È il momento per scoprire le nostre capacità creative o approfondire alcuni interessi. Online e offline, sono molteplici le attività da poter intraprendere, ora che si ha il tempo per fare: si può sperimentare in cucina, dedicarsi al giardinaggio, recuperare la visione di innumerevoli film, giocare, dipingere, praticare lo yoga in salotto, chi più ne ha più ne metta…

Tra le “prime volte” di questa quarantena, ho provato l’ascolto di un audiolibro, esercizio a mio avviso piuttosto impegnativo perché richiede di assecondare il ritmo di lettura di qualcun altro.

Mi sono imbattuta in Lessico famigliare di Natalia Ginzburg (disponibile gratuitamente su www.raiplayradio.it con la brillante e spassosa lettura di Anna Bonaiuto): in un celebre passaggio, pur facendo riferimento ad un’esperienza del tutto personale e intima, la Ginzburg riesce a descrivere un sentire comune, universale, attorno al vero protagonista del suo romanzo: il linguaggio.

«Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra (…)»

Mentre la dimensione del “fare” occupa le nostre giornate, è il nostro “stare” che rischia a volte di vacillare: uno stare forzatamente soli, o meglio isolati, in cui si fa spazio la consapevolezza che la nostra vita sembra più povera senza la presenza degli altri, senza la famiglia, gli amici, i colleghi, il gruppo associativo, i compagni di sport.

Ecco allora che in questa quotidianità incerta, una semplice parola o un’espressione “familiare” possono non solo trasformarsi in una dolce (seppur nostalgica) carezza, ma anche concedere il conforto dell’appartenenza comunitaria. E il linguaggio può diventare luce nel buio della grotta.

 

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Marta Meneguzzo