La famiglia Gheorghiu, una coppia rumeno-norvegese profondamente religiosa, si stabilisce in un villaggio posto dentro un fiordo, dove stringe rapidamente amicizia con i vicini, gli Halberg. I figli delle due famiglie diventano presto molto legati, nonostante le diverse educazioni ricevute. Quando il personale scolastico scopre dei lividi sul corpo di Elia, la maggiore dei figli Gheorghiu, la comunità si interroga se la causa possa essere l’educazione tradizionale impartita dai genitori ai figli Gheorghiu.
Presenza fissa al Festival di Cannes, dove ha presentato in anteprima tutti i suoi film (fin dall’esordio Occident, 2002), Cristian Mungiu firma con Fjord uno dei lavori più densi e stratificati della sua carriera, confermando innanzitutto la straordinaria coerenza di un cinema che, pur spostandosi per la prima volta fuori dalla Romania, continua a interrogare gli stessi nodi morali, politici e affettivi che ne attraversano l’intera opera. Ambientato in una Norvegia fredda e apparentemente pacificata, il film è costruito su un confronto serrato tra due sistemi culturali opposti — quello scandinavo, regolato da un’idea di tutela sociale e di controllo istituzionale, e quello romeno, ancora attraversato da una concezione patriarcale e autoritaria della famiglia — senza però mai trasformare il conflitto in una tesi ideologica o in una semplice opposizione tra civiltà.
Racconto di conflitto sistemico e insieme dramma intimo, Fjord è retto da un magnifico script, elaborato come sempre dallo stesso cineasta romeno, incentrato sulla presentazione dei limiti di entrambi i modelli: da una parte l’invadenza impersonale del welfare nordico, dall’altra la rigidità identitaria e religiosa della famiglia immigrata. Il pregio maggiore dell’opera però, sta nel fatto che Mungiu evita accuratamente qualsiasi giudizio definitivo, lasciando emergere tutta la complessità morale delle situazioni. In questo senso il suo sesto lungometraggio si inserisce perfettamente nel percorso dell’autore, da sempre interessato a personaggi schiacciati da istituzioni opache e sistemi di potere invasivi: lo Stato comunista di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (4 luni, 3 săptămâni și 2 zile), il fanatismo religioso di Oltre le colline (Dupa dealuri), la corruzione morale della classe media in Un padre, una figlia (Baccalaureat) o le tensioni identitarie di Animali selvatici (R.M.N.). Proprio con Un padre, una figlia peraltro, Fjord condivide uno dei temi centrali del cinema di Mungiu: il rapporto tra padri e figli, qui ancora una volta attraversato da amore, controllo, paura e incapacità di comprensione reciproca. Come spesso accade nei suoi film, anche qui gli adulti appaiono prigionieri di codici morali e culturali ormai irrigiditi, mentre sono soprattutto i più giovani, ancora capaci di amare senza sovrastrutture ideologiche, a indicare una possibile via di riconciliazione.
In questo senso la bellissima sequenza finale, come già accadeva nei momenti conclusivi di altri film del regista, è autenticamente rivelatoria: rompendo improvvisamente la compattezza del realismo, il film si apre infatti a una dimensione sospesa, quasi magica, in cui il gesto emotivo supera finalmente la lacerante logica del conflitto. È un finale che non cancella il dolore né risolve le contraddizioni del racconto, ma lascia affiorare una possibilità di grazia inattesa.
Dal punto di vista stilistico, Fjord mantiene intatta la grammatica mungiuana: Long Takes, tensione trattenuta, dialoghi asciutti, un uso rigoroso dello spazio e una messinscena che lavora costantemente sulla durata e sulla pressione emotiva del tempo reale. Fondamentale, in tal senso, è l’algida fotografia di Tudor Vladimir Panduru, che trasforma il paesaggio nordico in uno spazio morale fatto di distanza, silenzi e sospensione. Ma sono notevoli anche le interpretazioni, tutte calibrate su un registro di dolorosa sottrazione perfettamente coerente con il dispositivo realistico del film. Renate Reinsve lavora magnificamente per sfumature e ambiguità, restituendo tutta la fragilità emotiva di un personaggio diviso tra empatia e adesione al sistema di cui fa parte, mentre Sebastian Stan offre una delle prove più mature della sua carriera, lavorando sul costante trattenimento di rabbia, senso di colpa e amore paterno regalando una performance mirabile, tutta giocata sull’opacità e la compressione emotiva.
Regia: Christian Mungiu
Con: Renate Reinsve, Sebastian Stan, Lisa Carlehed
Romania, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Francia, Svezia/2026
Durata: 146′
