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INTERVISTE: Padre Antonio Spadaro, “Non c’è arte senza esperienza”

Padre Antonio Spadaro

Classe 1966, siculo e gesuita, nonché direttore della rivista “La civiltà cattolica”, Consultore del Pontificio consiglio della Cultura, fondatore di “BombaCarta” e del blog “Cyberteologia”, padre Antonio Spadaro è una delle figure più influenti ed esperte nel campo della comunicazione e del dialogo con i media in un tempo in cui la Chiesa, grazie anche la figura di papa Francesco, ne è sempre più protagonista. In una chiacchierata franca e afferrata, che ha molto da suggerire agli animatori stessi delle Sale della Comunità, ha saputo cogliere quei tratti essenziali utili a tutti coloro che non si stancano mai di lavorare ancora oggi a favore del “lieto annuncio” che è il Vangelo.

Qualche anno fa ha scritto un bel libro dal titolo “Svolta di respiro”, sul rapporto tra letteratura e fede: quanto e come possiamo attingere nelle espressioni d’arte in generale per rinnovare l’annuncio evangelico nel contesto odierno? Perché secondo lei è oggi “necessario”? Quali prassi mettere in atto?
Diciamo subito una cosa: l’arte non è a servizio della pastorale, ma è esperienza di umanità. Non bisogna mai perciò considerare l’arte e la letteratura propriamente come uno strumento pastorale. Se mai bisogna accostarsi ad essa come un’espressione profonda dell’umanità, dei suoi bisogni, dei suoi desideri, delle sue aspirazioni, ma anche dei suoi dubbi e dei suoi drammi. Leggere un’opera d’arte, accostarsi ad un romanzo, vedere un film non significa affatto trovare uno strumentario, ma ascoltare l’esperienza umana che in quell’espressione artistica emerge e viene espressa. Un ascolto che raccoglie una tale densità di esperienza, mediata dall’opera stessa, che mai si farebbe nella propria esistenza. Come il giro del mondo in 80 giorni, per esempio, o la visita di altri pianeti oppure l’approccio ad esperienze “estreme” che mai si vivrebbero nella vita ordinaria. Esiste, poi, un secondo aspetto, quello che definirei “pensiero metaforico”. L’arte possiede una logica umana profonda che non si limita ad una logica matematica. Per esempio come Dostoevskij diceva in “Memorie dal sottosuolo”: “Non sempre nella vita e nell’arte due più due fanno quattro”. C’è perciò una logica differente che permette di penetrare più intimamente nel tessuto dell’esperienza umana, facendo vedere il mondo non solo in bianco e nero, ma con tutte le sue sfumature.

La comunicazione ha un ruolo importante in campo pastorale. Quanto può incidere in immagine, apertura e accoglienza nel contesto socioculturale così “iper-mediatico”? Cosa dovremmo imparare da Papa Francesco “comunicatore” per eccellenza?
La comunicazione non è un settore della vita. La vita stessa è comunicazione. Bisogna uscire dall’idea che spesso si ha di essa, ovvero di qualcosa di “settoriale”; come se comunicare fosse qualcos’altro rispetto a vivere. La grande forza di Papa Francesco è questa: lui non comunica, lui è piuttosto “presente”. Non ha strategie comunicative, come qualcuno immagina. Semplicemente è se stesso e nel momento in cui si è se stessi e si vive, naturalmente si comunica. La comunicazione papale ha perciò una base relazionale molto forte. Nell’ultima intervista che gli ho fatto per il volume che raccoglie tutti i suoi scritti e testi da Arcivescovo di Buenos Aires (“Nei tuoi occhi è la mia parola”, Rizzoli) mi ha detto chiaramente che lui non riesce a parlare se non prova a guardare negli occhi qualcuno. Per cui anche quando parla a grande distanza lui cerca, per quanto può, di guardare qualcuno e di non avere gli occhi solo sui fogli dei suoi discorsi. Per cui la dimensione relazionale nella comunicazione è fondamentale. Bisogna uscire dall’idea che comunicare significhi solo “esprimersi. Se non c’è l’altro, non si comunica nulla. E questo fa parte dell’orizzonte della comunicazione attuale, dove “i social network” permettono la comunicazione solo se si hanno relazioni. Di fatto, estremizzando, se uno non ha amici non comunica nulla e non comunica con nessuno. Così bisogna uscire dall’idea che la comunicazione ecclesiale sia solo trasmissione (broadcast) per entrare nell’idea del carattere relazionale della comunicazione. Quella che il vocabolario cristiano, del resto, ha sempre avuto e che chiama “testimonianza”.

I “social” sono, dunque, uno strumento importante nell’era della comunicazione di massa, ma anche in sé esponenzialmente rischiosi, soprattutto per quanto riguarda l’immagine… Quanto e come è importante esserci? Quali rischi da evitare?
La realtà dei social c’è. Non possiamo chiudere gli occhi e immaginare un mondo in cui i social non ci sono. Occorre essere realisti. Tra l’altro c’è un elemento storico per me interessante. Riguarda l’origine della rivista che dirigo “La Civiltà Cattolica”, che ha raggiunto ormai il numero storico “quattromila” in febbraio. Quando fu fondata i miei predecessori fecero una riflessione ponendosi davanti al fenomeno del giornalismo che allora stava nascendo attorno al 1850. Una novità che di fatto diffondeva notizie e opinioni in maniera molto ampia, creando problemi rispetto a una verità che si comunicava, fino allora, solo mediante il libro. Di fatto di fronte ai “fogli quotidiani” alcuni sperimentavano la stessa situazione di sgomento che oggi registriamo noi d fronte alla cosiddetta comunicazione istantanea dei social network rispetto a quella dei giornali. La scelta della rivista fu allora di immergersi in questa grande sfida, cioè di assumere le caratteristiche proprie del nuovo ambiente comunicativo.  Perciò occorre dire da subito che si è nel mondo dei social network, non solo se si scrive o se si postano immagini o altro. Si è nella conversazione dei social a prescindere, anche solo perché gli altri ne parlano. Nel momento in cui altri ne parlano si è presenti. Ma la Chiesa deve essere in questo mondo della rete? Io dico che vale la logica dell’incarnazione: la Chiesa è chiamata ad essere presente dove sono gli uomini. Perciò se gli uomini sono “in rete”, la Chiesa è chiamata ad essere in rete. Ciò, certamente, pone delle questioni problematiche. Per esempio quello che stiamo vedendo oggi del fenomeno della “fake news”, ovvero della diffusione molto rapida e incontrollata delle false notizie. Qui la questione non è quella di condannare la tecnologia della comunicazione, che di per sé è neutra, ma di avere una capacità di discernimento, aiutando le persone a saper distinguere le “fonti” (in questo senso occorre educare) e quindi anche essere in grado di comunicare bene all’interno di un contesto di questo genere. Un lavoro difficile, ma necessario. Anche perché la rete permette di verificare facilmente, in maniera collettiva, la verità e falsità di notizie, nonché anche la crescita di un sapere condiviso. Per esempio molti dicono che la rete se da una parte facilita la comunicazione rapida e istantanea, non lo fa in maniera profonda. In realtà, siccome non ci sono limiti allo spazio di comunicazione o pubblicazione, le analisi più approfondite e tempestive si trovano spesso in rete, se le si sanno cercare.

Diverse parrocchie in Italia hanno mantenuto vive le cosiddette “Sale della comunità”. Diverse hanno investito parecchio, in termini di strutture e risorse, altre si stanno ancora domandando se necessario… Per la sua esperienza cosa potrebbe suggerirci?
Indubbiamente l’esperienza della Sale della Comunità rende molto bene quel concetto di rete sociale, di cui parlavo prima. Perché permettono in una comunità precisa di condividere un prodotto culturale nonché le proprie risonanze e i feedback. Quindi rende e porta ad un livello locale e di relazione effettiva (“face to face”) la fruizione di un prodotto culturale perché questo sia condiviso. Questo è un valore forte. Se è vero che la rete da una parte delocalizza l’informazione, dall’altra aiuta pure a far capire quanto sia importante condividere le “esperienze”. Allora in questo senso la Sala della Comunità diviene una grande risorsa per una realtà ecclesiale: il sapere condiviso, perciò, nel medesimo contesto di vita sociale, diventa di grande valore per la parrocchia stessa. Aiuta, in ultima analisi, a far crescere la stessa comunità.

Il cinema, come il teatro, si dice che “veicoli” un messaggio ancora oggi importante anche in campo pastorale. Che ne pensa? Quali azioni, secondo lei, occorrerebbe mettere in campo per una prassi più efficace? Cosa dobbiamo imparare da contesti ecclesiali differenti dal panorama italiano?
Più che veicolare un messaggio, secondo me veicola un’esperienza. Non si dovrebbe mai ridurre un’opera ad un messaggio. Come se un’opera, un film avesse un contenuto, cioè un messaggio, in una specie di “scatola cinese”, da cercare e comprendere. Dove l’opera d’arte stessa viene ridotta a solo contenuto, poiché l’essenziale risiede unicamente nel messaggio. In realtà è l’opera in sé ad essere importante. Non c’è messaggio che non sia incarnato in un’opera, come non esiste il significato di una vita se non c’è la persona che la vive. Occorrerebbe uscire da questa mentalità che, in effetti, è molto clericale: di immaginare, cioè, che ci sia un messaggio astratto che occorre, appunto, “astrarre”, a volte con fatica da ciò che vediamo, leggiamo o è messo in scena. L’opera d’arte, invece, va rispettata per quello che è. Bisognerebbe, perciò, partire da una non concettualizzazione dell’opera e lascare piuttosto che sia il livello più esperienziale ed emotivo ad emergere. Ovvero: che cosa con questo film, per esempio, percepisco interiormente? Quali sono i sentimenti che avverto? Che cosa più mi ha attirato? Che cosa, invece, mi ha allontanato o forse disgustato o ancora mi ha lasciato indifferente? Occorre entrare, dunque, in un “dialogo esperienziale”, e pure emotivo. E poi, a partire da questo, ragionare sui “significati”, ma non quelli puramente e astrattamente oggettivi o legati all’intenzione dell’autore. Semmai per comprendere il senso di quell’opera alla luce dell’esperienza che “io” ne ho fatto. In definitiva potemmo dire che non c’è riflessione se non c’è esperienza.

A questo proposito il dialogo con Scorsese, a partire dal film “Silence”, cosa le ha dato? Quanto è importante, poi, mettersi in dialogo, come Chiesa, con gli artisti ancora oggi? 

“Silence” è stata un’opera che mi ha profondamente colpito. Uno dei motivi è il fatto che comunica la precisa percezione che c’è il bene e che c’è il male. Non è per nulla un’opera relativista. Ma allo stesso tempo fa capire che ci sono situazioni nelle quali non è facile dire da che parte stia l’uno e da che parte stia l’altro. E sa coinvolgere lo spettatore: ad un certo punto colui che guarda entra in crisi, e quindi è chiamato a mettersi in gioco. E tutto ciò avviene parlando di fede. La potenza di quest’opera, per un credente, è esattamente quella di far mettere in moto la propria fede, di farla reagire anche nella maniera più differente possibile. “Silence” di fatto è una meditazione in cui chi guarda è chiamato a prendere una posizione. Così che spesso ciò che in apparenza appare nero, poi, si vede che è anche bianco e viceversa. E’ una storia potentemente drammatica, dove non si contemplano facili soluzioni. Lo spettatore è chiamato perciò a entrare nel livello più profondo del racconto per poterlo comprendere. In questo senso oggi, perciò, è fondamentale per la Chiesa mettersi in dialogo con gli artisti contemporanei, perché l’artista ha una “peculiare sensibilità” per definizione. E’ una persona che avverte il cambiamento, le questioni più urgenti, e le pone senza filtri, in maniera immediata. Si potrebbe dire che l’artista ha qualcosa del bambino che sa porre quelle domande senza i filtri che un adulto difficilmente saprebbe fare. Quindi esporsi all’artista e dialogare anche sulle sue motivazioni aiuta molto l’uomo di Chiesa, e chi in genere lavora in campo pastorale, a vedere le cose in maniera differente, originale e mai banale. L’artista, infatti, è sempre spaventato dalla banalità. Per questo ci aiuta ad uscire dalla superficialità. In genere, poi, l’artista è molto sensibile alle grandi questioni che mettono in discussione la libertà umana e quindi la capacità di scelta. Per questo entrare in relazione con lui è importante. Il mio dialogo con Scorsese è stato, in questo senso, un lungo confronto che mi ha fatto bene, proprio perché lui è uno di quegli artisti che ha vissuto un rapporto estremamente dialettico, ma certamente intenso, con la fede.

 

(Articolo pubblicato su SdC – Sale della Comunità n. 1/2017. Registrati qui per leggere e scaricare gratuitamente la rivista)

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Gianluca Bernardini