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SHAUN E YETI
L’incontro con il diverso al centro di due film d’animazione

(a cura di Matteo Mazza)

Senza l’altro, mai. Questo è ciò che conta. Questo è ciò che ribadiscono con intelligenza due curiosi film d’animazione come Il piccolo Yeti, di Jill Culton e Todd Wilderman, trentottesimo lungometraggio marchiato DreamWorks, e Shaun, vita da pecora. Farmageddon. Il film, di Will Becher e Richard Phelan, settima meraviglia del mondo Aardman a base di nonsense e plastilina. Decisamente pensato per conquistare un pubblico infantile, o prossimo all’adolescenza, Il piccolo Yeti affronta la narrazione sotto lo spettro delle dinamiche dell’alterità: insieme agli amici Jin e Peng, la giovane Yi è disposta a tutto pur di salvare dalle grinfie di un gruppo di spietati scienziati e a condurre nella propria casa un giovane Yeti dotato di magici poteri. La forma non cupa del film, anche se non del tutto leggera e accomodante ma con risvolti melodrammatici e l’inclinazione verso un’ecosostenibilità stucchevole (talvolta melensa), mettono in mostra tanto i codici dell’avventura quanto del coming of age. Yi non vivrà semplicemente un viaggio indimenticabile: assaporerà il gusto della vita, la bellezza del mondo, scoprirà la radice delle proprie passioni, il senso dei propri ricordi e conquisterà la propria identità. Tornerà diversa. È un film DreamWorks, quindi non deve meravigliare che questa magia avvenga mediante una presenza altra, che viene da fuori, capace di ribaltare la realtà: il piccolo Yeti, soprannominato Everest, è una delle tante creature della società di Katzenberg capace di mostrare la verità all’essere umano al pari di Shrek, Po (Kung Fu Panda), Sdentato (Dragon Trainer), Guy (I Croods) riproponendo così un’idea di cinema avvolgente e calorosa fatta anzitutto di affetti e poi di effetti.

Capace di parlare a un pubblico più vasto, pur essendo privo di dialoghi come un film di Buster Keaton, Shaun, vita da pecora. Farmageddon. Il film può strappare risate a tutti: dai bambini che negli ultimi dodici anni hanno apprezzato le bizzarre gesta del simpatico ovino all’interno degli episodi della fortunata serie televisiva, fino agli adulti più spensierati disposti a farsi travolgere dai rocamboleschi gag slapstick. Forte del successo registrato nel 2015 con Shaun, vita da pecora. Il film, Aardman in questo settimo sigillo di plastilina e stop-motion racconta la storia di una creatura aliena atterrata sulla terra con il suo disco volante e, a causa di una pizza ai funghi, finita nella fattoria di Shaun. Infastidita dai dettami del petulante cane pastore Bitzer, la vivace pecorella s’impegnerà ad aiutare l’alieno a ritrovare la rotta verso casa, non senza affrontare prima una schiera di scienziati imbranati poi le conseguenze di uno strampalato show, intitolato appunto Farmageddon. Quando non è keatoniana la comicità guarda al cinema di Tati e questo basterebbe a proiettare il film in una dimensione totalmente altra rispetto al panorama animato: come Shaun nessuno mai. Ma c’è di più perché il vasto repertorio citazionista (che va da 2001: Odissea nello spazio con tanto di toast monolite, passa per Star Wars, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Corto circuito, WALL•E e arriva a X-Files) anziché appesantirlo fa levitare il film in una nuova galassia fantacomicoscientifica dove, è evidente, il termine di paragone è E.T., come dimostra la devozione manifestata nell’incipit.

Due titoli distanti ma in relazione, dentro i quali converge un’idea semplice che scandisce in modo chiaro come il dovere di ospitalità rappresenti il muro maestro della civiltà: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Lettera agli Ebrei). Insomma, si ride ma si fa sul serio.

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