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VITA SEGRETA DI MARIA CAPASSO (Salvatore Piscicelli)
Criminale per amore di famiglia

Maria fa l’estetista part time, ha tre figli e fatica ad arrivare a fine mese. Quando al marito viene diagnosticata una malattia in fase terminale, finisce per accettare l’aiuto di Gennaro, un ricco proprietario di un autosalone, fino a diventarne l’amante. Un giorno lui le propone di diventare partner in affari e di trasportare un carico di cocaina in Svizzera. Divenuta vedova, il legame con Gennaro fa precipitare Maria in un vortice criminale, che le permette di vivere nuove possibilità e coronare vecchi sogni. Tuttavia la strada scelta lascia dietro di sé le sue inevitabili vittime, proprio come in una guerra che non guarda in faccia nessuno.

A distanza di oltre un quindicennio dal suo ultimo lungometraggio (Alla fine della notte, 2003), con Vita segreta di Maria Capasso Salvatore Piscicelli torna dietro alla macchina da presa per trasporre sullo schermo il suo omonimo romanzo pubblicato nel 2012. Un’operazione di per sé già originale, in quanto assai poco frequentata dal cinema italiano. Esclusi i casi di novelization – ovvero i romanzi “desunti” da un film (spesso a partire dalla sceneggiatura) e dunque successivi alla sua distribuzione in sala –, sono infatti rarissimi i casi di testi trasposti dagli stessi autori del testo letterario (negli ultimi anni ricordiamo solo La ragazza della nebbia di Donato Carrisi), mentre si contano addirittura sulle dita di una mano quelli concepiti con caratteristiche anfibologiche (Teorema di Pasolini il caso più eclatante). Vita segreta di Maria Capasso reca con sé tali caratteristiche, in quanto testo ambivalente fin dalla sua genesi, connotato da una “stereoscopia” che guarda a quelle che Cesare Zavattini amava definire «le rive dello stesso fiume», ovvero il Cinema e la Letteratura. Fiume che per Piscicelli è la Vita stessa e che anche qui, come sempre nel suo cinema, viene fatta oggetto di un’osservazione asciutta ed essenziale. I cambiamenti dal romanzo al film invece sono pochi. L’unico sostanziale riguarda lo spostamento temporale della vicenda alla contemporaneità, in quanto l’ambientazione del romanzo era fissata ai primi anni del Terzo Millennio, all’apice del berlusconismo. All’autore di Pomigliano d’arco qui il riferimento storico sembra invece importare relativamente, per concentrare il proprio interesse sulla vicenda della  protagonista (e solo tangenzialmente a quelle dei personaggi che con lei interagiscono), in quanto Vita segreta di Maria Capasso-film è soprattutto la storia di una trasformazione identitaria.

L’itinerario esistenziale della protagonista, cui contribuisce in maniera decisiva la sentita performance di Luisa Ranieri, è scandito come un racconto “classico” – ovvero determinato da uno sviluppo causale, dove cioè la narrazione si articola secondo il nesso causa-effetto -, nel quale tuttavia agiscono, più o meno sotterraneamente, istanze moderne e postmoderne. Come i riflessi socio-antropologici, sempre determinanti nel cinema dell’autore, che emergono dalle scelte di messinscena. Tanto che la degradazione del personaggio si rispecchia nel percorso luministico-cromatico, in quello scenografico-ambientale (che riecheggia la dimensione contrastiva periferia-città della “trilogia napoletana” degli esordi), dei costumi, delle stesse espressioni linguistiche. Oppure come lo stile, che mescola materiali “alti” con quelli “bassi”, il noir con il pulp, il racconto morale con la fiction televisiva, il pop eighties di Rettore (Splendido splendente) con l’Autunno di Vivaldi. Mentre Maria Capasso è l’ennesima donna protagonista del cinema dell’autore caratterizzata da una forte autodeterminazione, ma anche da una discutibile visione etica. L’ennesima donna con la pistola (come la Concetta del film d’esordio del 1979) che, sintetizzando le caratteristiche delle donne di Mizoguchi (uno dei cineasti più amati da Piscicelli), deve necessariamente essere «un po’ ribelle, un po’ santa, un po’ puttana» per riuscire a sopravvivere in un mondo maschile, spietato e senza più regole. Un personaggio che affascina e contemporaneamente intimorisce. E che Piscicelli non giudica, sul quale non prende posizione, lasciando che sia lo spettatore a farlo.

 

Regia Salvatore Piscicelli

Con Luisa Ranieri (Maria Capasso), Daniele Russo (Gennaro), Luca Saccoia, Marcella Spina, Antonio De Matteo, Nello Mascia

Italia 2019

Durata 96’

 

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Sull'autore

Francesco Crispino

Francesco Crispino

Francesco Crispino è docente di cinema, film-maker e scrittore. Tra le sue opere i documentari Linee d'ombra (2007) e Quadri espansi (2013), il saggio Alle origini di Gomorra (2010) e il romanzo La peggio gioventù (2016).

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